martedì 31 maggio 2011

Il pensiero meridiano

Certo, chiunque si sarebbe aspettato che Camus avesse rincontrato Sartre e che Sartre avesse rincontrato Heidegger, ma nessuno, nemmeno il sottoscritto, avrebbe mai potuto immaginare che Camus s’imbattesse per la prima volta nel Martino Heidegger in un accurato cafè di San Gimignano di Toscana (a quanto pare luogo molto affollato). Secondo le prime indiscrezioni l’incontro avvenne in tal modo:
Alberto Camus, occhio di lince, sbevazzava la sua aranciata. Il cameriere lo serviva e riveriva tra un ‘bischero’ e l’altro. Poi, entrò un tizio coi capelli lisciati e i baffetti gonfi. Dichiarò, fin da subito e schioccando fastidiosamente le dita, di provenire da Meßkirch.
«Wesen! Wesen! – disse convulsamente – Io cercare Wesen, ja. Non essere cvalcuno che dire me dofe trofare, ja?».
«Perché, signore, volete sapere dov’è Wese?».
«Wesen! Wesen! Io cercare Wesen, non Wese».
«Wesen non esiste, non è mai esistito. Wese sì, invece».
«Tu folere depistare me. No, io cercare Wesen… lui dire me cvalcosa d’importante…».
«E cosa, se posso saperlo?».
«Rifelare l’essenza delle cose, ja… rifelare essere essenziato dell’ente entificato, ja, nonché enticità dell’ente ontico in piena coniugazione con temporalità temporale del tempo, ja…».
«Tout court?».
«Tout court».
Camus continuò sicuro a sorseggiare l’aranciata, pur scrutando l’ospite alemanno.
«Tu conoscere essere, ja?», chiese provocatoriamente Martino.
«Posso dire di conoscere soltanto l’essere mediterraneo», precisò Alberto.
«Anch’io conoscere essere mediterraneo, ja…».
«Nossignore, voi forse conoscete l’essere essenziato dell’ente entificato o l’enticità dell’ente ontico, ma, fidatevi, non potrete mai intendere il pensiero meridiano. Noi, la nostra terra bruciata dal sole a picco. La carnagione bruna e abbronzata. La feroce passione del cuore. No, questo voi alemanni non lo capite, né lo potete capire, nonostante vi siate tanto occupati (e con gran zelo) della civiltà greca. Voi non avete mai vissuto la terribile realtà delle due pomeridiane, quando, d’estate, la città è pietrificata dal dolore della calura. La gente riluttante, dopo il pasto, rimane nelle case a bivaccare controvoglia e a schiumare d’accidia. Vi è qualcosa di stantio e polveroso che si attacca duramente alla pelle come un verme strisciante, e giunge fino allo spirito, fendendolo. In queste condizioni di pura disperazione è nata la filosofia, di cui voialtri nordici siete stati certamente i più grandi prosecutori, senza però averne compreso la iustificatio vitae. I Greci non poterono sopportare questo essere decadente, seppur fornito di grande vigore erosivo, ed escogitarono il pensiero ideale, la cui chiarità avrebbe compensato al presenziare di quella nuda concretezza».
E così si rabbuiò Alberto Camus. In quel mentre venne il cameriere toscaneggiante a prelevare l’ordinazione del tizio coi baffetti gonfi e i capelli lisciati. E quando ordinò una tanica di Paulaner Brauerei München doppio malto, fu manifesto a tutti che, sebbene non avesse i capelli biondi e gli occhi chiari, e propriamente non fosse uno stangone di due metri, si era al cospetto d’un alemanno d.o.c. 
«Cosa tormentare te?», domandò perplesso Martino Heidegger.
«Una natura sporcata a tal livello ci consente di guardare al nulla con maggiore disperazione delle altre genti e degli altri popoli. Ma non è ancora questo che mi rabbuia e mi tormenta l’animo fino alla morte…».
«E cosa essere, ortunque?».
«C’è una donna che voi non conoscete, né conoscerete mai, perché, a dire il vero, nemmeno io conosco».
«E come potere tormentare te cvesta tonna, la quale tu non afere mai feduto?».
«E’ una donna che si nasconde, che non veste di abiti fruscianti per tirare tardi la sera, ma che vive di stenti e non illanguidisce col passare delle stagioni e delle epoche. Oh, fratello, io sono sicuro che c’è, esiste, per Dio! Forse in qualche frammento stellare del cosmo, in qualche brandello di umanità sconosciuta ella esiste, e verrà da noi con il suo seguito celeste. Ma pare non sia ancora giunta la sua ora…».
«E che ora essere mai cvesta?».
«L’ora delle maschere».

Dillinger è morto (1969) di Marco Ferreri



“L’isolamento in una camera che non debba 
comunicare con l’esterno perché piena di una atmosfera
 mortale, in una camera quindi dove per sopravvivere
 è necessario portare una maschera,
ricorda molto la condizione dell’uomo contemporaneo.”


Sarà una lunga notte quella di Glauco, protagonista della vicenda di Dillinger è morto, una notte in cui regna l’attesa. L’attenzione è tutta convogliata sulla meticolosa preparazione di un atto, l’ultimo atto, quello che possa dare peso ad un corpo ormai vuoto, in cui si affollano soltanto tanta noia e insofferenza, accumulate lungo una vita senza più valori.  
È con una metafora, quella della maschera anti-gas, che Ferreri, regista che si muove in un ambiente ricco di suggestioni stilistiche (in Francia si sviluppa il nouveau roman) e ideologiche (il film è del ’69), ci introduce a questa storia. Una maschera anti-gas quindi, un oggetto che permette di respirare l’irrespirabile, che permette la sopravvivenza in un ambiente malsano distaccando l’uomo dalla realtà che lo circonda, creando una barriera tra l’io e il mondo. Ma con insolita tempestività è il regista stesso a sciogliere questa metafora e attraverso una relazione scritta da un collega del protagonista spiega cosa abbiano in comune la maschera anti-gas e l’uomo contemporaneo, l’uomo tecnologico. 
Tutto il film è una amara commedia sulla cui scena si muovono ben pochi personaggi, o meglio, ben pochi esseri umani, infatti, gli unici personaggi umani che abbiano un qualche rilievo all’interno della trama, arida e semplice, sono tre: il protagonista (Michel Piccoli), la moglie (Anita Pallenberg) e la cameriera (Annie Girardot), ma in questo teatrino della realtà, di una realtà che confina violentemente con il mondo onirico, sono gli oggetti a diventare protagonisti, ad essere rilevanti per la vita, il piacere, la fuga e la morte delle persone. Mentre questi, gli oggetti, pur mantenendo i loro connotati inanimati, diventano la storia stessa, decidono, con la loro comparsa sulla scena quella che dovrà essere la trama del film, le persone si reificano, diventando quasi i mezzi con cui gli oggetti compiono il loro destino incomprensibile. I dialoghi tra i personaggi sono pochi e inutili, sembra che tra gli interlocutori non ci sia un vero dialogo, e le
voci umane vengono sostituite dal vociare ossessivo della televisione che spazia da notizie di telegiornale a programmi di intrattenimento. La radio lancia i successi del momento.
Gli oggetti, dunque, sono i veri protagonisti. Sembra che sia il revolver a uscire dall’armadio e a finire per sua volontà fra le mani del protagonista, il quale non sembra consapevole della pericolosità dell’oggetto che stringe fra le dita. Ferreri in maniera grottesca ci mostra il protagonista ricostruire l’arma con la stessa leggerezza con cui si prepara una succulenta cena, inoltre, dopo averla costruita se la porta con sé per la casa come nulla fosse, mostrandola alla cameriera e alla moglie stesa sul letto a causa di una forte emicrania. La vernice, con cui viene pitturato il revolver contribuisce a renderlo un vero e proprio giocattolo, una delle tante possibili fughe dalla noiosa vita sedentaria. Ma le strade che apre un simile oggetto sono due: eliminare il peso del vuoto in cui si è perduto il protagonista togliendosi la vita, oppure cercare un simbolo di quella vita, una catena ed eliminarla. Il protagonista mima più volte il suicidio, ma mai lo porta a termine, e, infine, uccide la consorte. Ma l’atto non è, o meglio, non sembra reale, tutto il peso dato alla preparazione, l’atmosfera onirica creata da Ferreri durante tutto il film elimina allo spettatore qualsiasi certezza, solo i fori bruciacchiati sul cuscino non lasciano dubbi sulla realtà dell’accaduto.
Ferreri quindi ci mostra quanto gli oggetti di cui ci circondiamo siano ormai i veri padroni della nostra vita, e attraverso il piano sequenza, di cui fa frequente uso in tutta la sua produzione, soprattutto nei primi film, riesce ad inquadrare tutta la scena, così da non dimenticare quegli oggetti che nel montaggio potrebbero andare perduti.
Il film si conclude con una fuga, ma una fuga la cui chiave è uno di quegli stessi oggetti a cui la sua vita era incatenata. Lo scambio della collana con la deliziosa padrona della nave sulla quale si imbarca. E proprio in quest’ultima scena quello che voleva essere un film di protesta, un grido feroce, diventa un lamento soffocato, nella presa di coscienza che tutto non è altro che pura finzione cinematografica.




sabato 28 maggio 2011

Trovarsi rapito a guardare


Trovarsi rapito a guardare
il sole che tra i clivi si adombra,
rimbragiarsi di fronte ad un mare
di nuvole e porpora.

Restare a tarda ora in ascolto
della terra che svela il suo grembo,
lasciarsi blandire da un folto
fruscìo di foglie sonate dal vento.

Svegliarsi intontito al mattino
con barbagli di luce negli occhi,
prepararsi al duro cammino,
non perdersi in atti farlocchi.

Cercare di aver desto il pensiero,
fuoriuscire dal letargo che alletta;
dimostrarsi un fiero guerriero
nella tragicommedia che aspetta.

Passare in mezzo ai tanti pagliacci
sforzandosi anche un poco di ridere;
raccogliere quei quattro stracci
che permettono di sopravvivere.

La campagna può essere terribile

La campagna può essere terribile. Quando ha perso, per l’uomo solitario, l’accezione di fuga, allora i vasti campi desolati risvegliano deserti sterminati di pensiero, ove l’uomo nulla riesce a fabbricare; sa, lanciando gli occhi dalla solitaria strada dissestata, che là sotto cova il seme e che al primo sole primaverile sboccerà il grano e inonderà d’oro quella terra. Ma ora, nel pieno dell’inverno lungo e opaco, l’occhio dell’uomo si perde, non vede che distese brune e senza fine, e in quel dipinto piano e senza scogli inciampa, col suo pensiero, sopra sottili e fragili fili di nebbia.

venerdì 27 maggio 2011

Il germe di un 'vizio' cap. 3

In un’altra lettera a Mario Sturani del 9 giugno 1927, appena due anni dopo, è allegata una poesia in cui Pavese descrive la serata di capodanno da lui trascorsa con la sola compagnia di una rivoltella “Sono andato una sera di dicembre / Per una stradicciola di campagna/ Tutta deserta, col tumulto in cuore./ Avevo dietro me una rivoltella”. Se non bastasse questa sinistra presenza in una notte che pure, dovrebbe essere di festa, ad evocare il suicidio, è lo stesso Pavese ad informarci che nella sua mente – ed è ancora quella di un giovane – la volontà di essere compagno di quel macabro simbolo non è casuale, ed un giorno, egli ci dice, vivranno insieme l’ultimo istante “immaginavo il sussulto tremendo che darà / nella notte che l’ultima illusione / e i timori mi avranno abbandonato/ e me l’appoggerò contro una tempia/ per spaccarmi il cervello.”
L’atmosfera che regna in questa poesia è carica di solitudine, di lontananza da tutto ciò che fa parte della vita: “Per una stradicciola di campagna / Tutta deserta”. È come se Pavese stesse nascondendo qualcosa, nascondendosi da qualcosa o qualcuno, come se cercasse un luogo appartato per non essere disturbato: “Quando fui certo d’esser ben lontano / D’ogni abitato”. Solo quando è sicuro di essere solo estrae una rivoltella, spara un colpo a terra, osserva lo spasimo dell’arma e ascolta il boato che ne scaturisce, poi, ancora calda la ripone nelle tasche e pensa a quando toccherà a lui fremere di spasimi dopo un colpo alla tempia, ma questo momento non è vicino, prima di poterlo raggiungere dovrà liberarsi da tutti i timori, dovrà sentir svanire tutte le poche illusioni che, pur essendo così giovane, gli rimangono. Immaginavo / il sussulto tremendo che darà / nella notte che l’ultima illusione / e i timori mi avranno abbandonato / e me l’appoggerò contro una tempia/ per spaccarmi il cervello.”

Sono andato una sera di dicembre
Per una stradicciola di campagna
Tutta deserta, col tumulto in cuore.
Avevo dietro me una rivoltella.
Quando fui certo d’esser ben lontano
D’ogni abitato, l’ho rivolta a terra
Ed ho premuto. Ha sussultato al rombo,
d’un rapido sussulto che mi è parso
scuoterla come viva in quel silenzio.
Davvero mi ha tremato tra le dita
Alla luce improvvisa ch’è sprizzata
Fuor della canna. Fu come lo spasimo,
l’ultimo strappo atroce di chi muore
di una morte violenta. L’ho riposta
allora, ancora calda, entro la tasca
e ho ripreso la via. Così, andando,
tra gli alberi spogliati, immaginavo
il sussulto tremendo che darà
nella notte che l’ultima illusione
e i timori mi avranno abbandonato
e me l’appoggerò contro una tempia
per spaccarmi il cervello.[1]

Nella parte centrale della poesia Pavese descrive la reazione che la rivoltella ha nel momento in cui preme il grilletto.  Sembra quasi che la pistola stessa muoia tra le mani del poeta; quando preme il grilletto, infatti, la rivoltella ha un sussulto, un tremito che la scuote come viva. “Fu come lo spasimo, l’ultimo strappo atroce di chi muore”; in questo verso l’immagine è resa chiara dalla similitudine che paragona i movimenti della rivoltella allo spasimo che colpisce l’uomo nel momento della morte. La rivoltella assume dunque i connotati del suicida, ne diventa il simbolo stesso: il mezzo di morte che diviene allo stesso tempo la vittima. Una morte violenta e istantanea quella simboleggiata dalla rivoltella, una morte che non lascia tempo ai lamenti, ai ripensamenti, proprio come quella che Pavese prepara per sé: una morte che sia un gesto di autoaffermazione, senza lamenti, tragica, non voluttuosa. E non è lo stesso Pavese, nel “mestiere di vivere” a dirci: “perché non si cerca la morte volontaria, che sia affermazione di libera scelta, che esprima qualcosa? Invece di lasciarsi morire?”; “E verrà il giorno della morte naturale. E avremo perso la grande occasione di fare per una ragione l’atto più importante di una vita”. E se la morte non è che il momento più importante, che da un significato a tutta una vita, e se la vita non è che la preparazione di questo assoluto momento, di certo Pavese, lungo tutta la sua vita, non fece che preparare, con l’attenzione di un artigiano la degna conclusione del suo dramma.



[1] C. Pavese, La vita attraverso le lettere, cur. Lorenzo Mondo, Einaudi, Torino 1966.

«Fa piacere parlare con un uomo intelligente»

Ho camminato a lungo prima di arrivare nel luogo prestabilito. Incontrai su per quelle vie snaturate della provincia russa un filo d’erba, uno scarabeo, una formica, un’ape dai riflessi d’oro. Mercanti privi di scrupolo mi chiesero l’anima per pochi rubli. Qualcuno suonava la zigana, ma non ebbi orecchi per ascoltare. E quando scorsi in una siepe la punta scintillante del pestello di bronzo, compresi ch’ero vicino, così vicino. Fu allora che vidi spuntare la vecchia izbà con le sue angolazioni misere, fatte di travi smussate. Un uomo, in vesti servili, si avvicinò a me con grande allegrezza.
«Finalmente sei arrivato! – disse – Questo è il mio paradiso». Di fatti, benché il posto fosse dei più umili, si respirava un’aria d’incantevole serenità. Gli insetti ruotavano chiari. Piccoli stagni verdi tracimavano di quiete. In lontananza scorrevano freschi torrenti che convergevano in una vallata dai contorni raddolciti. Il paesaggio circostante alla izbà mutava vorticosamente le sembianze: ora si era al cospetto del rialto del Valdaj, ora ai piedi della Kamčatka; senza per ciò che lo spirito ne fosse turbato.
«Quello che lessi di voi mi fece trepidare e commuovere. Ho combattuto ampiamente con ciò che mi circondava, alla fine però ho seguito le vostre parole e sono qui, nella vostra terra. Non siete stato solo un maestro: voi foste un ideologo, una via di scampo, un segugio».
«Ne sono lieto…».
«C’è una cosa che mi rattrista…».
«Penso di averla indovinata», disse allora sorprendentemente Teodoro Dostoevskij, figlio di Michele. Al che si volse verso la parte opposta del giardino ed indicò una casa signorile, e poi una finestra socchiusa.
«Sei tormentato da quella sera, da quell’accadimento. Ma ora è acqua passata. Vedi come questo giardino, un tempo lugubre, sia stato trasformato in un luogo di gioia e di calma piatta. Tutto muta attorno a te, eppure non ne provi afflizione. Il caos è divenuto ordine superiore. Ogni cosa s’è compiuta, secondo quanto stabilito».
Teodoro comprese presto ch’ero rabbuiato d’insoddisfazione.
«Cosa cerchi ancora? Cosa ti duole, fino a renderti così silenzioso? I miei Karamàzov sono vivi e giacciono con limpidezza nel mio cuore».
«Che ne è stato di Ivàn?».
«Non temere: egli s’è salvato. Ha vinto se stesso ed è tornato a dispensare parole di positività. E tu cosa aspetti? Ti lascerai divorare dai tuoi fantasmi, o farai come lui, tornerai nel mondo a dare il tuo apporto necessario per la costruzione? E’ molto semplice e futile lasciarsi andare all’istinto omicida del distruttore. Ma tu, come tutti, non vuoi questo. E allora abbi coraggio, figlio, abbi il coraggio di tener testa alle perdite e alle privazioni, che ti schiacciano e ti rendono un parassita».
«Voi parlate così perché avete dimenticato il momento di squallore…».
«La parte volgare e dissoluta dei Karamàzov è morta per sempre. Le viscere maligne erano isolate e non hanno potuto riprodursi. Questo è il segreto dell’esistenza: la presenza del male sarà perennemente sconfitta dalla forza di conservazione e perpetuazione della vita».
Dopodichè, Teodoro Dostoevskij, figlio di Michele, mi prese per un braccio e mi condusse oltre la casa signorile. Là vidi Dmitrij sotto un grande albero che cantava superbamente una romanza per Grušenka, la quale lo ascoltava sorridendo di cuore. Poi udii Alëša che leggeva e commentava le Sacre Scritture di fronte a Iljuša e ai suoi giovani amici. Infine scorsi Ivàn che parlava con sana foga e Katerina Ivanovna che, di tanto in tanto, lo interrompeva, ma con dolcezza; ed egli acconsentiva a tacere, perché era ormai sgombro di tormenti interiori.
«Guarda, – riprese Teodoro – il giardino della mia creatività è purificato. Ognuno riposa al suo posto, in orti e boschetti incontaminati. La farragine della vita precedente, il tremendo insulto di cui parlavi prima, non è stato obliato, ma trasformato in natura rigogliosa. Noi siamo come la palude nei pressi della golena: limacciosa e torbida, senza fondo. Eppure, il grande bonificatore trarrà da essa un luogo fertile, perché ne conosce il fondo».
Ivàn si volse verso di me e sorrise di vera felicità. Io ricambiai il cenno, come se il mio viso fosse improvvisamente illuminato da un sole invincibile.
«Ora egli è libero. E ti saluta con affetto. Ma ti chiede anche di andare nel mondo e di concludere nel bene la sua opera…».
«Come farò? Ho così poche forze, così poca voglia…».
«Vuoi davvero affogare nella melma? La tua è solo carenza d’amore. Smettila di ciondolare al pari d’un morto. Sii dignitoso e concreto. Credimi, è da sciocchi rimanere impuntati nelle proprie posizioni da nichilista. Se cerchi la pace, dovrai aver fede. E’ una questione d’intelligenza».
Teodoro mi lasciò per godersi ancora il riposo nel suo giardino indorato dalla luce del giorno. Mi lasciò solo. Ma vidi che si allontanava in direzione dei suoi personaggi, i quali accolsero il suo arrivo bonariamente. Lo circondarono i suoi personaggi: e lo tennero stretto, facendogli festa e cantando canzoni allegre secondo la più genuina tradizione russa. E Teodoro rimase molto contento di ciò.
Ma poi si volse nuovamente verso di me, scrutandomi con occhi beffardi.
«Allora? Mi ascolti? – gridò con tutta la voce che aveva in gola – Andrai nel mondo?».
«Sì, ci andrò».
«Non c'è male, non c'è male dunque. Fa sempre piacere parlare con un uomo intelligente!», e qui sorrise benevolo Teodoro Dostoevskij, figlio di Michele.

mercoledì 25 maggio 2011

Un caso di sincronicità

Wese prese la metropolitana A, in una tiepida serata d’ottobre della città eterna. Egli si trovava a Battistini e avrebbe dovuto arrivare al capolinea, in vista del misterioso incontro col compagno di sbronze, Schmar. Salito sul treno rapido vide in lontananza il privato cittadino Pallas, il quale, una volta scorto Wese dall’altro capo del vagone, fece un sussulto terrificante; in poche battute lo raggiunse, si sedette al suo fianco e disse, sussurrando:
«Wese, Wese, ho un presentimento!».
«Chi è lei, cittadino?», chiese Wese tutto d’un pezzo.
«Uno che le vuol bene la farà fuori…».
«Sciocchezze!», tagliò corto il sicuro Wese. Ma la luce intermittente del lungo corridoio sbiancato lo raggelò. L’acqua grondava nervosa sui binari freddi. L’umidità scorreva alle falcate del treno ignaro. Nulla preannunciava quello che poi sarebbe accaduto. D’altronde Wese non s’era scomposto alle ridicole parole di Pallas, il privato cittadino.
Alla fermata mediana Julia salì sul medesimo treno rapido. Vestito frusciante, occhi rilucenti su di un viso arrossato. Il privato cittadino si fece da parte e le offrì il posto accanto a Wese. Quest’ultimo ebbe un fremito e disse, fra i denti:
«Ecco Julia!», e nulla più. Ella fece finta di non sentire e continuò a dar corda ai suoi oscuri e femminei pensieri, mentre il treno rombava fiero nel tunnel ignaro.
«Hai dato convegno a Schmar?», chiese poi Julia di soppiatto.
«Sì, l’ha dato, l’ha dato…», s’intromise Pallas, il privato cittadino.
«Ora torno a casa, e t’attendo come si attende un assassino. Ma bada: non dare il tuo sangue a chicchessia. Molte cose sono fraintese dagli uomini e dai privati cittadini, sicché non ti chiedo d’essere cauto alla sera, ma almeno di non privare la moglie del tuo corpo».
«Non essere sciocca, Julia – la interruppe Wese – vai a casa, serrati nella vestaglia e attendimi alla sera come s’attende un assassino…». Julia scese alla prima fermata che seguì quel dialogo conchiuso, il quale aveva accolto senza indulgenza né interesse l’intromissione di Pallas, il privato cittadino. E quest’ultimo lasciò Wese al suo destino poco prima di Anagnina, col treno e il tunnel ignari.

domenica 22 maggio 2011

Levarsi la maschera

«Fermi tutti!», dissi alla calca.
«Fermi tutti. E tu, donna, quando presterai ascolto ai miei richiami? Tu, che cammini senza mai fermarti per lunghe strade e guardi con occhi acerbi il farsi e il disfarsi d’illusioni. Tu, che la speranza è lì per abbandonarti, ma vesti ancora di abiti fruscianti per tirare tardi la sera. Tu, che il mondo avresti dovuto salvare, ma t’ubriachi con amarezza, perché hai ceduto alle finzioni con ricatto e prima degli altri. Cosa farai adesso? Fumerai di grazia. Navigherai nell’ordinario. Attenderai un qualche accenno di divinità disturbate, che t’allontanino dal tuo dio più di quanto già non lo sia. Nondimeno, nulla riuscirai a cavare per sfuggire alla spaventosa solitudine che ti circonda e che ti ha reso così desertica e inospitale. Di rena e scorza è fatto il tuo sentiero, di bestie feroci la tua via. Sei solo un grosso abbaglio, un insulto al buon senso, una menzogna. Coltivi un silenzio da anni – silenzio insensato, passando il tempo a rifiutare con spocchia ciò che ti passa per mano, perché brami di cieca forza il tuo momento di gloria. Ma chi ti concederà quest’onore? E a quale prezzo? Dove andrai allora, se ciò non dovesse accadere? Sei con tutti, ma con nessuno. Sei della razza dei perdenti, benché sia tu sommersa dal consenso e dall’interesse della gente opaca. Sei una istigatrice di violenza, celata da volto baggiano. Avrai ancora molto da struggerti – fino a consumare quel po’ d’isteria e di pulsioni idiosincratiche, quando finalmente capirai che non esiste mondo che regga ai tuoi capricci e al tuo esser così gratuitamente balzana. Sicché, forse, chinerai il capo alla necessità e al pretesto, pur sempre di cattiva lena. Ma sarà troppo tardi».
La calca fu agitata duramente da queste parole.
«Noi qui, che ci diamo convegno in bettole oscure con animo tormentato fino alla morte, che brindiamo di cuore e ci scrutiamo a fondo l’un l’altro, noi con discorsi all’apparenza innocui, vi assicuro, stiamo preparando una rinascita. Alla quale tu, che non hai ascoltato i miei richiami, non farai parte…».
Al che le donne presenti all’incontro, sentendosi chiamate in causa con tanto vigore, cominciarono a chiedere convulsamente:
«Sono forse io?».
«E’ colei che, quando la conobbi, parlò con seduzione».
Allora una donna, ben vestita e dalla voce incantevole, domandò:
«Sono forse io?».
«Tu l’hai detto».

sabato 21 maggio 2011

Martino Heidegger e Paolo Sartre parlano d'ontologia

L’ultima tappa del Paolo Sartre, prima di ammuffire nella biblioteca gestita da Donatien-Alphonse-François, romanziere di quarta categoria, fu la casa del Martino in Selva Nera. I due ontologhi, fatta conoscenza, si dedicarono ad una bella sciata il 5 ottobre del 1989 alle ore 11,10. Dopodichè si godettero il fuoco della baita ‘Sein’, impugnando un sano vin brulè.
«Tuttavia, professor Heidegger, io rimango fedele a La nausée!», disse velocemente il Paolo.
«Ovvio, professor Sartre, ovvio. Voi non siete avanzato d’un passo dalla situazione di Antonio Roquentin», ribatté il Martino.
«Tout court?».
«Tout court». Sopraggiunse un silenzio di tomba fra gli ontologhi. Pareva davvero che due penne così prolifiche non avessero nulla da dirsi a voce e di persona.
«Cos’è rimasto ora dei nostri discorsi, professor Sartre?», domandò il Martino.
«Seguaci che fanno il pelo alle nostre virgole, apostoli che pesano ogni nostro detto come se là dentro ci fosse una qualche liberazione nascosta…».
«Era questo il nostro proposito? Era questo che volevamo?».
«Suppongo di no. Da un lato chiedevamo all’Essere di svelarsi chiaramente, dall’altro lo esigevamo nella mano. Ma ci sono troppe complicazioni e troppe cose che non possono essere complicate…».
«Sicché abbiamo fallito?».
« No. E’ che sarebbe stato meglio se avessimo fatto come Socrate. Nulla di scritto. Con buona pace degli studenti, dei professori, dei traduttori, ai quali avremmo evitato tutte quelle noie».
«E cosa avremmo dovuto fare davanti all’insensatezza del mondo? Almeno abbiamo battuto una qualche via…».
«Certo. Però, professor Heidegger, sapevate bene che il tentativo sarebbe fallito…».
«Lo sapevo, professor Sartre…».
«Che differenza c’è mai tra uno che agisce senza sapere che tutto è inutile e uno che agisce sapendo che tutto è inutile?».
«Alcuna, poiché tutto rimane inutile».
« E allora? Cosa pretendeva? ».
«Avremmo dovuto suicidarci…».
«Pure il che sarebbe stato inutile…».
«Vi confesso una cosa, professor Sartre. Ho lo strenuo sospetto che il cristianesimo stia risorgendo dalle ceneri…».
«Solo un dio potrà salvarci?».
«Non ne sono completamente sicuro. Però avverto da qualche anno una specie di rivolta metafisica. La nostra generazione, il nostro secolo è stato forse superato da un solo assunto…».
«Quale?».
«‘L’esser come Cristo non sarà inutile’».

domenica 15 maggio 2011

‘Un tipo perso dietro le nuvole e la poesia’. Cronistoria d’un Guccini pensieroso

Entro trafelato nell’ufficio ufficiale del Rettore. Francesco Guccini e i suoi due metri d’altezza sono raggomitolati su di una comoda poltrona alla destra della grande scrivania in legno. Il Maestrone è un po’ inzuccato, con la gota vermiglia. Ascolta le domande incalzanti dei giornalisti della tivù nazionale e locale: ben rasati, fotogenici, sprizzanti di materiale tecnologico e cavi coassiali. E’ in procinto d’alzarsi e darsela a gambe, ma, come se fossimo in una grande climax discendente che a vortice parte dagli alti poteri mediatici per arrivare ai giovani sbandati dalla barba silvestre, m’insinuo col mio quadernetto nella calca cibernetica e, submissa voce, chiedo:
«Scusi, potrei farle una domanda?».
«Beh, se è una…», risponde turbato. Lo guardo. Non mi guarda. Poi, occhio di lince, sbircia nelle pieghe del quadernetto.
«Più che una domanda, mi pare una tesi». Ridono gli astanti, beati loro.
«Il significato politico di una canzone come La locomotiva va per spegnersi, ma il suo incanto lirico rimane. Che l’evento estetico sia più forte dell’ideologia?». Mi guarda inquieto ma ravvivato.
«Non capisco perché il significato politico vada per spegnersi». 
«No, perché ascoltandola a casa…».
 «Ascoltarla in pubblico è differente che sentirla da soli, in uno sgabuzzino. La canzone ha diverse vesti, ognuna a seconda del modo e del luogo in cui ci si trova». Il ragionamento fila, effettivamente. E, buggerando con rara impunità il mio precedente detto circa la sobrietà numerica delle domande, chiedo ancora:
«Perché, a suo giudizio, i giovani d’oggi chiamano ‘poeti’ grandi cantautori come lei, De Andrè, Dylan? La nostra è forse una generazione senza poeti né poesia?».
«Ci sono tanti modelli di poesia. La canzone è soltanto uno di questi; essa rimane comunque un’espressione viva del ‘poetico’». Al che, preso definitivamente coraggio, ribatto con un interrogativo che ho posto a chiunque, non ultima mia nonna.
«Secondo il filosofo Albert Camus ‘verrà il giorno in cui le rivoluzioni avranno bisogno della bellezza’. Crede davvero ciò possa avverarsi?».
«E’ una domanda troppo impegnativa, – dice sorridendo – è difficile poter rispondere così, senza pensarci». Pensarci, infatti. Inchiodarsi ai propri pensieri. Difficile se si è persi a cercar per sempre quello che non c’è.

***

Entra, tra gli applausi, con passo felpato nell’Aula Magna del Magistero. «E’ la prima volta che il Consiglio degli studenti si fa promotore d’iniziative culturali», dichiara con orgoglio Stefano Paternò nel discorso introduttivo di fronte al pullulare della gioventù. Sunto e corollario della sua arringa è un celebre verso di Eskimo («bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà»), che assurge a chiaro segnale d’incoraggiamento contro l’accidia e il disimpegno nella politica studentesca. Poi è la volta del Magnifico Rettore Stefano Pivato, il quale, ripercorrendo con giustezza la trame storiche della canzone italiana dal Risorgimento ad oggi, cerca di focalizzare l’attenzione su ciò che, musicalmente parlando, fornì materia salda e duratura all’identità del Paese. Di fatti l’intento esplicito dell’incontro è quello di «celebrare l’anniversario di una nazione attraverso le canzoni» e, a tal proposito, il Magnifico batte chiodo sulla fondamentale svolta artistica avvenuta nei primi anni Sessanta per grazia della ‘Scuola Francese’ e di ‘Cantacronache’, che rinnovarono il cantautorato patrio, decaduto nel secondo dopoguerra in un «provincialismo deprimente», fino a mutarne radicalmente i moduli stilistici e contenutistici. Testimone autorevole del cambiamento fu proprio il primo Guccini, che in quegli anni scrive brani le cui «tematiche non erano mai state affrontate».
Per un divertente qui pro quo con l’attempato tecnico del suono, la veneranda Dio è morto irrompe una seconda volta nell’aula, suscitando l’ilarità dei presenti. Pivato, senza smarrire la sua magnificenza, prepara la gogna per il reo e si affretta a chiedere all’illustre ospite di rivangare l’epoca e il suo tumulto.
 «Il reale accenno rivoluzionario, prima ancora della canzone tradizionale francese, fu l’arrivo del rock’n’roll in Italia. Alcuni critici sostengono che il primo impulso lo si ebbe con Modugno, ma io credo che il vero shock lo avemmo ascoltando Elvis Presley e poi Dylan», precisa il Maestrone, sottolineando come l’America, tanto ammirata e vagheggiata da bambini, fosse tornata, attraverso la musica e i moti sessantottini, con una veste più seria e profonda.
Interpellanze d’ogni genere rimbalzano, dunque, dalle due parti. Pivato allude alla splendida Primavera di Praga. Paternò tira in ballo i movimenti studenteschi. Guccini s’infiamma. Tiene banco con battute, aneddoti, reminiscenze. Il pubblico sorride sotto i baffi e tace incredulo quando narra, con particolari dal sapore biblico, di come scrisse La locomotiva in venti minuti netti.
Ma pian piano anche il bollore si spegne. L’infervorarsi si placa. Una pioggia di studenti e studentesse, come Erinni ingrifate, braccano l’omone, che ha fatto a tempo a sprofondare ancora nei suoi pensieri. Concede di buona lena autografi e foto patinate. Si mette addirittura in posa. Ma niente. Non c’è modo di riportarlo alla realtà. E’ ormai lontano: perso dietro le nuvole e la poesia.

sabato 14 maggio 2011

Il germe di un 'vizio' cap. 2.

Il rapporto di Pavese con la morte, con la propria morte, soprattutto con quella volontaria, con il suicidio, fu un vero e proprio vizio, una costante della sua vita; fin dalle prime lettere giovanili è infatti possibile rintracciare momenti in cui compare la malsana idea del suicidio. Nella lettera indirizzata a Mario Sturani del 23 nov. 1925, ad esempio, il diciassettenne Pavese scrive di “un vacillare continuo” che non è più la malinconia consueta, di accademia” , ma “una lotta molto più profonda contro la paura dell’inerzia e lo sconforto causato dalla coscienza di sé nelle due realtà apposte della vita e dell’arte”. Anche la poesia allegata alla lettera è interessante per capire quanto Pavese sia tormentato già in giovane età dal pensiero della morte, ma soprattutto, traspare da questi versi l’importanza che l’arte ha per Pavese, tanto da divenire una sorta di riscatto della morte e dei dolori della vita, diventa, in questo caso, quasi una via di fuga entro la quale trovare rifugio dalla vita e dall’agonia di chi vive sapendo di dover morire.

M’atterrisce il pensiero che io pure
Dovrò un giorno lasciare questa terra
Dove i dolori stessi mi son cari
Poiché tento di renderli nell’arte.
E più tremo pensando all’agonia,
alla lunga terribile agonia
che forse andrà dinanzi alla mia morte.
Che cosa è mai la vita ai moribondi
Che ancor comprendono e si senton lenti,
lenti spirare in una stanza tetra
soli in se stessi? Oh, conoscessi  un Dio,
così vorrei pregarlo: “ quando il petto
mi si gonfia ricolmo di un’ondata
di poesia ardente e dalle labbra
mi sfuggon rotte parole, che ansioso
m’affanno a collegare in forma d’arte,
quando più riardo e più deliro, oh, allora
mi si schianti una vena accanto al cuore
e soffochi, così, senza un rimpianto”.[1]


La morte è appunto il tema attorno al quale ruota questa straordinaria poesia la cui carica espressiva e disperata sobrietà stupiscono se si pensa che fu scritta da un ragazzo di appena diciassette anni, ma nel cui animo, e questo è ben evidente, già alloggiava un poeta. Pavese assume la consapevolezza che prima o poi dovrà morire “M’atterrisce il pensiero che io pure /Dovrò un giorno lasciare questa terra”, ma non cerca di allontanare da sé questa dolorosa idea che lo atterrisce, al contrario, cerca di trovare consolazione invocando la morte nel momento in cui è più forte in lui l’impeto creativo. “quando il petto / mi si gonfia ricolmo di un’ondata /di poesia ardente e dalle labbra /mi sfuggon rotte parole, che ansioso /m’affanno a collegare in forma d’arte, /quando più riardo e più deliro, oh, allora /mi si schianti una vena accanto al cuore /e soffochi, così, senza un rimpianto”. L’arte assume quindi un’ importanza assoluta dal momento che nemmeno la religione, e perciò la possibilità di dare un senso alla vita che vada oltre la realtà terrena sfuma in un ateismo appena accennato “Oh, conoscessi  un Dio”. Ma  Ciò che veramente provoca paura e sgomento nel giovane Pavese in questi versi è l’agonia che precede la morte, l’agonia dei moribondi che nella loro solitudine sentono imminente la morte ma continuano a trascinare la vita. “E più tremo pensando all’agonia,/ alla lunga terribile agonia /che forse andrà dinanzi alla mia morte. /Che cosa è mai la vita ai moribondi /Che ancor comprendono e si senton lenti, /lenti spirare in una stanza tetra /soli in se stessi?”. Stando a quanto ci è stato lasciato dal poeta nel “mestiere di vivere” questa paura si realizzerà appieno; infatti, Pavese vivrà tutta la sua vita come una lenta agonia in cui sentirà sempre vicina la morte, la bramerà continuamente, e si definirà “autodistruttore”, ossia colui che pensa continuamente al suicidio ma non riesce a metterlo in atto, e questo è, secondo lo stesso poeta, la più grande colpa di un suicida. Solo nel 1950 riuscirà a raggiungerla, la morte, quando con gli occhi di Constance Dowling sarà lei ad andare verso lui.



[1] C. Pavese, La vita attraverso le lettere, cur. Lorenzo Mondo, Einaudi, Torino 1966.

lunedì 9 maggio 2011

Tg1: come te non c'è nessuno

Ore 20: Titoli d’apertura accompagnati da un musichetta ad dir poco inquietante.
Ore 20,01: Quel bontempone di Giorgino o qualche gnoccolona per lui dà la prima notizia con faccia seriosa e austera.
Ore 20,05: Giorgino o chi per lui annuncia un importantissimo servizio che non parte.
Ore 20,05 e trenta secondi: Attimi di panico.
Ore 20,06: Giorgino o chi per lui ascolta un voce roboante al telefono che gli dice d’andare avanti.
Ore 20,07: Vedi ‘Ore 20,05’ e ‘Ore 20,05 e trenta secondi’.
Ore 20,08: Vedi ‘Ore 20,06’.
Ore 20,11: Dopo una manciata di notizie compunte, incomincia la carrellata di politicanti finto-demofili nonché pseudo-demagoghi. L’ordine usuale è questo: Silvio spara a zero sui magistrati e sulla sinistra. Bersani risponde con un eloquente: ‘Berlusconi a casa!’. Fini, Casini, Bocchino e di Pietro lo assecondano. Qualche leghista giura fedeltà su istigazione del portavoce Bonaiuti. Ma Vendola rincara la dose con un dotto: ‘E’ d’uopo un ripensamento in termini oligarchici del tetrarca meneghino’. Il Circus si chiude con quella faccia da pesce lesso d’un Gasparri che assicura l’assoluta permanenza dell’attuale maggioranza, scongiurando le minacce dei Maya, fino al 2056. Yuppie!
Ore 20,15: S’incomincia con le puttanate.
Ore 20,16: Il buon Antonio Caprarica, con la sua voce baritonale e intricata, c’informa con irritante puntualità di qualche corbelleria anglosassone.
Ore 20,18: Giorgino o chi per lui sorride compiaciuto del servizio, ben sapendo d’essere ripreso.
Ore 20,19: Giorgino o chi per lui ritorna di botto serio.
Ore 20,20: Giorgino o chi per lui annuncia un servizio sullo straniante caldo torrido a Bolzano e a Oslo.
Ore 20, 21: Una donna bizzarra e balzana fa le previsioni meteo in tre secondi e mezzo.
Ore 20,21 e quattro secondi: Giorgino o chi per lui annuncia un servizio sui ramarri rossi delle Galapagos o sulle balene gialle arenate in Papua Nuova Guinea e/o in Tanzania.
Ore 20,23: Quel baciolone di Marco Franzelli, per qualche importante ragione a noi ignota, siede affianco a Giorgino o a chi per lui e parla incessantemente di Formula 1, ruotando mostruosamente la mascella fino a slogarsela.
Ore 20,25: Finalmente c’è il servizio sul calcio, diamine!
Ore 20,27 e dodici secondi: Giorgino o chi per lui cerca affannosamente tra i fogliacci sparsi l’annuncio per il servizio internazionale del Vincenzone Mollica.
Ore 20,27 e ventiquattro secondi: Vincenzone Mollica fa un servizio internazionale.
Ore 20,27 e ventinove secondi: Lo spettatore nota una certa supponenza nel tono di voce internazionale del Vincenzone Mollica.
Ore 20,27 e trentotto secondi: Lo spettatore prova mestizia per il fatto che quel ciambellone di Mollica intervisti sempre delle figone internazionali.
Ore 20,27 e quarantacinque secondi: Vincenzone Mollica si fa bello con la figona internazionale.
Ore 20,27 e quarantasette secondi: La figona internazionale non lo caga di striscio.
Ore 20,27 e quarantanove secondi: Vincenzone Mollica si rabbuia.
Ore 20,27 e cinquanta secondi: Vicenzone Mollica perde colpi. Lo spettatore gode come un riccio.
Ore 20,27 e cinquantuno secondi: Ormai è una guerra psicologica.
Ore 20,27 e cinquantatre secondi: Lo spettatore ha impressione che il servizio internazionale non finisca più.
Ore 20,28: Giorgino o chi per lui si collega con Milly Carlucci o con Fabrizio Frizzi o con Carlo Conti in collegamento dall’abusato teatro delle Vittorie.
Ore 20,29: Giorgino o chi per lui chiama la pubblicità, promettendo importantissimi aggiornamenti, una volta tornati in onda.
Ore 20,30: Promessa inadempiuta. Sigla. Inquadratura dall’alto, che mostra impietosamente la chierica di Giorgino, mentre egli, ignaro, raggruppa i fogliacci.

martedì 3 maggio 2011

Racconti: Sero te amavi


V’era un codesto omo rinascimentale che brancolava nel buio pallido de la notte. Lo nome suo era: Sigismondo de’ Fricchettoni Malacapa. Avea mille amorazzi, un’adunanza cortese di cortegiani che lo braccavan per ogni dove; sicché la vita sua scorrea nel limaccioso mar de’ bagordi e de le friolezze ed ei v’era immerso ed altro non cercava né perseguiva, se non fusse stato per la vision, una sera d’estate, d’una vaga fanciulla, la qual passava pel borgo co’ la sua brigata al piè de la bestial locanda ‘Il Picchiere’.
«Vossignoria, permette: io son Sigismondo Malacapa, e v’ho notato nel mentre che passaste…».
«Ne son lieta, gentil messere. Ma or ora debbo star dietro a la mia brigata che di soppiatto e sanza avvertir s’allontana…».
«Oh, ridente pulzella, ve ne priego: non fuggite a lo mio cospetto. Voi siete una mirabile visione ch’io di presso, in codesto loco rio, ho scorto. Lassiate che l’occhio sia limpido ancora, pria che l’etterna gloria mi lasci, s’invola…».
«Voi siete ardito poeta, spettabil messere. Ma la folta brigata ad un batter di ciglia è già bell’e squagliata…».
«Voi anco amate i versi?».
«Li amo, dolce amico».
«Allor ascoltatemi, madamigella cortese. Vi reciterò Dante e Petrarca a menadito, pel corso de la notte languida, e starem così ad attender il carro del sole ch’accenda di rosso ‘l firmamento».
«Così, caro amico, vedremo spengersi le stelle per mirar una sola fulgida luce…».
«Ebbene, docile pulzella?».
«Lasciamci colle stelle che brillano ardenti. Esse saran a testimonio de lo nostro convegno. Male sarebbe se il sole fusse l’unico a saper che ci siam visti: l’oblierebbe al più presto. Le sue bianche sorelle, al contrario, serberan memoria d’un così lieto evento quanto raro…».
«Mia bella signora, pel vostro motto gagliardo son sotto scacco o mi state in allegrezza tirando lo ‘pacco’?».
«Niuno de’ due. Io fuggo soltanto. Fuggo da lo mondo e da le umane cacce, poiché sentommi alla stregua d’un cerbiatto ne la verde foresta. Fuggo per raggiunger un sentiero dove svanisca codesta brigata ed ogne terreno inganno. Se abbiate la compiacenza di seguirmi, venite pure, non avrete diniego alcuno, ma sappiate che vi sarà difficile di trovarmi…».
«Oh, mia leggiadra, securo vi troverò: noialtri siam nati pe’ star assieme, che lo vogliate o no…».
«Cosa vi dà codesta certezza, messere?».
«Lo viso vostro, ‘l vostro sorriso…». 

La generazione 'di troppo'

 Come può accadere che un’intera generazione, con la sua volontà di agire, con i suoi sogni, con la sua autentica voce, sia costretta in sentieri di smarrimento e di silenzio? Come può accadere che, in un momento in cui il progresso tecnico pare inarrestabile, un rallentamento sbarri l’esistenza di tanti giovani nel fiorire della forza? Tuttavia questo accade a noi, generazione del post boom economico.
Una generazione, quella degli anni ottanta e novanta, costretta a fare i conti con le macerie lasciate dai padri, che hanno distrutto un meccanismo di potere, con la violenza dell’indignazione, e non sono stati in grado di ricostruire se non un altro malsano meccanismo di potere, che ha completamente estromesso i propri figli dalla storia. «Noi siamo la generazione che non doveva nascere, siamo la generazione rimossa» con queste parole Davide Nota ha introdotto la presentazione della casa editrice Sigismundus e il suo primo lavoro: una ristampa di 1977, romanzo poetico del noto poeta pesarese Gianni D’Elia, in cui si racconta, attraverso il caso personale del poeta, appunto la morte della generazione che ha dato vita al sessantotto e alla prima grande rivolta giovanile del travagliato novecento. Sembra che dopo quell’estremo grido, quella prova di forza, non sia possibile altro che il silenzio, che oltre a questa terribile condizione non esista un posto per noi in questo mondo, sembra che non sia possibile neppure parlare, farsi sentire col proprio dissenso. Entrare in contatto coi padri per lottare assieme è fuori da ogni discussione: la generazione del boom ha chiuso le porte del sistema e vi appeso il cartello ‘tutto esaurito’, votata ad assicurarsi una degna e tranquilla ‘pensione’. Tuttavia tra questi giovani dimenticati e ridotti al silenzio, messi da parte ad annichilirsi con passatempi di una adolescenza protratta all’estremo, le voci e la volontà di gridare la propria assurda condizione sono tante, e forti, benché rimangano puntualmente inascoltate.
Questa è la protesta di Davide Nota e dei collaboratori di Sigismundus: questi ragazzi, giovani appassionati e volenterosi sono riusciti, partendo da una rivista culturale autonoma, a dare la vita ad una piccola casa editrice che si è addossata l’oneroso ed ambizioso compito di dar voce a una generazione costretta altrimenti al silenzio, gettata nelle notti dell’autodistruzione e nell’auto-rimozione della propria esistenza votata al nulla. Non senza l’aiuto di alcune importanti figure della precedente generazione, come Gianni D’Elia e Roberto Roversi, il gruppo di Sigismundus è pronto a recuperare la forza e la volontà di questa generazione, il cui contesto culturale è paragonabile ad un deserto di squallido intrattenimento e semplicistico disfattismo.  

lunedì 2 maggio 2011

Racconti: L’eterno ritorno dell’uguale

Tutto ritorna. Accade che Swann, ascoltando una musica leggera, l’associò ad un certo viso in un certo momento storico. Poi tutto ciò si spense. Fino a che, trascorso un anno, non pose orecchio a quella musica che balenò nuovamente quel medesimo momento storico e quel volto con i medesimi profumi, le medesime sensazioni. Ma le sorprese non erano finite.
« Vaì a Bayreuth! », disse il commissario Maigret, quando lo scorse che deambulava decrepito sul ciglio d’una strada provenzale.
« Perché? Perché? E poi lei che ci fa qui? ».
« Saì forsè perche seì natò? ».
« No… ».
« Saì forsè perche t’hannò fattò cosi bruttò? Con quel nasò lungò, qui baffettì da Marcel Proust? ».
« No… ».
« Saì forsè perche respirì, perche haì due gambè, due braccià, due occhì, una boccà? Haì una vagà cognizionè della tua scioccà esistenzà? Inutilè, mon ami, risponderè. Non saì un bel nullà. Seì ignorantè d’ogni cosà. Anima grettà. Zoticò. Nessunò sa nientè. Tuttì hannò un gran parlarè del propriò esserè. Ma nientè, nientè, non sannò nientè… ». Al che si caricò la sua bella pipa in ottone e tirò via il fumo in faccia allo sbigottito Swann.
« Quindi debbo accettare di buon grado la sua presenza anche se non vi è alcuna spiegazione razionale di tutto ciò? ».
« Ma è ovviò, mon ami… ti seì mai chiestò perche haì conosciutò propriò Odette, perché proprio lei? ».
« Effettivamente… ».
« La cosà bellà è che la lasceraì andar vià con la stessà ignoranzà con cuì l’hai conosciutà… sicché anchè questo eternò ritornò dell’ugualè è ridicolò… », aggiunse Maigret con aria di sufficienza.
« Lei non ha spirito poetico, commissario! ».
« Lei chi? ».
« Lei, lei… ».
« La fanciullà? ».
« No, lei… ».
« La ragazzà? ».
« No, no, lei… ».
« O Dieu, l’Odette? ».
« No, per tutti i diavoli, lei… ».
« Un’altrà donninà? ».
« Lei, voi, tu, commissario… », gridò furente Swann.
« Molte personè non hannò spiritò poetico? ».
« Oh, Gesù… ».
« Volevà dirè che c’è molta gentè che ignorà la poesià? ».
« No, non dicevo questo… ».
« E allorà cosà? Cosà? ».
« Dicevo… ».
« Su, signorinò, mi spieghi… ».
« E’ quello che sto facendo… ».
« Non mi tengà sulle spinè… ».
« No… ».
« Su, faccià prestò… ».
« Diavolo d’un commissario, mi lasci spiegare! ».
« D’accord, ma non s’inquietì, signorinò… », annuì perplesso Jules.
« Non m’inquieto. Dicevo, lei… ».
« La fanciullà… ».
« No, la fanciullà, è qui che casca l’asino. Lei in senso tu  ».
« Cioe: io sonò leì… ».
« No… ».
« Sono l’asinò, allorà? ».
« Ma quale asino… ».
« Sono un’asinà? ».
« Potrebbe essere. Ma non intendevo questo… ».
« E cosà intendevà? Cerchì di esserè più chiarò? ».
« Vede, lei ora m’ha dato del lei? ».
« La fanciullà? ».
« No, no lei in senso tu… ».
« Moi? ».
« Moi, moi… ».
« Lei? ».
« Non io, lei… ».
« Oh, non ci capiscò più nullà… ».
« Stia calmo, commissario, ora le spiego il qui pro quo. Lei in senso tu ha dato del lei (sempre in senso tu) a moi… ».
« Allor, la fanciullà nei miei pannì ha datò te o lei, che dir si voglià, ad un’altrà fanciullà (semprè nei miei pannì)? ».
« Ma non c’entrano le fanciulle qui! ».
« Non c’entranò? ».
« No… ».
« Malè, molto malè… ».
« Ora lasci perdere le fanciulle. Mi segua… ».
« Dovè va? ».
« Da nessuna parte. Segua il mio ragionamento… ».
« D’accord… ».
« Vediamo se così capisce. Il commissario Jules Maigret ha dato del lei al signor Swann… ».
« Oui… ».
« Ha capito? ».
« Chi? ».
« Lei… ».
« Vedè che le tirà fuori lei le fanciullè… ».
« Lei mi dà del lei, però le riesce difficile di capire quando io le do del lei… ».
« Non comprendò… ».
« E poi diceva che l’eterno ritorno fosse cosa ridicola… », pensò in un attimo di silenzio Swann, prima di riprendere la battaglia.