mercoledì 24 agosto 2011

M. Yourcenar, "Memorie di Adriano": Lingua e poesia


Non sono del tutto certo che conoscere l'amore sia più inebriante che scoprire la poesia.[1] Quest'ultima mi trasformò: l'iniziazione alla morte non mi inoltrerà più avanti in un mondo diverso di quanto abbia fatto un crepuscolo virgiliano. In seguito, ho preferito la rusticità di Ennio, così vicino alle origini sacre della razza, o l'amarezza da saggio di Lucrezio, o anche l'umile frugalità di Esiodo alla opulenza di Omero. Ho amato soprattutto i poeti più ermetici e oscuri, che costringono il pensiero alla ginnastica più ardua, sia i recentissimi sia gli antichi, quelli che mi aprono sentieri completamente nuovi, o mi aiutano a rintracciare piste smarrite. Ma, in quell'epoca, amavo soprattutto nella poesia quel che tocca con immediatezza i sensi, la lucentezza metallica di Orazio, Ovidio e la sua mollezza carnale. Scauro mi gettò nella disperazione dichiarandomi che non sarei stato mai altro che un poeta mediocre: mi mancavano infatti il talento e l'applicazione. Per lungo tempo credetti che si fosse sbagliato: conservo sotto chiave, chissà dove, un paio di volumi di versi d'amore, per lo più plagiati da Catullo. Ma, ormai, m'importa ben poco che le mie produzioni personali siano detestabili.
Fino alla fine dei miei giorni sarò riconoscente a Scauro per avermi costretto a studiare il greco per tempo. Ero ancora bambino, quando tentai per la prima volta di tracciare con lo stilo quei caratteri d'un alfabeto a me ignoto: cominciava per me la grande migrazione, i lunghi viaggi, e il senso d'una scelta deliberata e involontaria quanto quella dell'amore. Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario delle realtà, l'ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco. [...]
La bellezza d'un iscrizione latina, votiva o funeraria, non ha pari: quelle poche parole incise sulla pietra riassumono con maestà impersonale tutto quel che il mondo ha bisogno di sapere sul conto nostro. L'impero, l'ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto.


[1] Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, trad. it. di Lidia Storoni Mazzolani, Torino 2002, pp. 33-34.

venerdì 19 agosto 2011

E. Montale, "Ecco il segno; s'innerva"


Ecco il segno; s’innerva
sul muro che s’indora:
un frastaglio di palma
bruciato dai barbagli dell’aurora.

Il passo che proviene
dalla serra sì lieve,
non è felpato dalla neve, è ancora
tua vita, sangue tuo nelle mie vene.

sabato 6 agosto 2011

Manichini

Sono statue morte in una grande vetrina, la vita
possono sembrare vere oppure no.
Il tuo stato d'animo è come una di loro, a volte vivi a volte muori dentro.
Se sei in compagnia è come se fossi solo.
A volte pensi perché sono così
a volte pensi siano come noi o noi come loro né più né meno
siamo manichini in una grande vetrina, la vita
ognuno come vuol dimostrasi, non come è veramente.
Poi riguardando una vetrina ti ci vedi dentro con abiti firmati, oppure così
buttato qua e la da qualcosa che hai dentro e non sai cosa sia.
Anche se volessi non sapresti essere te stesso, quello che tu tiri fuori
dal cuore non è mai ciò che hai, ma ciò che pensi di avere.

venerdì 5 agosto 2011

Il commissario Maigret presaga

«Oh oui! Già, già… la Bibliothèque andrà in fumò, oui. Le cartè son prontè. L’accusà pendè sul capò degli imputatì. Oui, beauté! Beauté de l’arrestation! Mais la Vie a déjà arrêté! Oui, ha già arrestatò noialtrì!», dichiarò pieno d’amarezza Jules.
D’altronde chi avrebbe potuto dargli torto? Il mondo si rivela talmente caotico, talmente fondato nell’ingarbugliarsi frenetico delle azioni che siamo tutti, giocoforza, corresponsabili di chi ci è al fianco: così, in ogni luogo e per sempre.
Sicché Maigret passeggiava, nerveusement, avanti e indietro per il suo buio studiolo: era il 4 settembre del 1989. Una fioca luce filtrava dalle persiane semi-chiuse. Il fumo ruotava attorno alla minuscola lampadina.
Che fare, allora? Arrestare quelle penose canaglie senza uno straccio di mandato di cattura? O attendere, cautamente? Non, monsieur – pensava il commissario. Non sia maì che quei pendagli da forcà la passinò liscià! E come agire, or dunque? Fare pressione ai poteri alti dello Stato per ottenere al più presto il visto? Già fattò, già fattò, parbleu! Prendere l’iniziativa da solo? Non è facilè, mon ami! Impugnare una rivoltella e preparare un agguato? Calmà, calmà! Sgozzarli ad uno ad uno e poi finire in gattabuia? Oh Vierge! E infine suicidarsi? Pietà, sto svenendò! E allora cosa, cosa? Un attimò di treguà, pensieri mieì!
Jules Maigret caricò sudaticcio la sua pipa in ottone. Dopo alcune fitte e penetranti boccate, tutto gli parve chiaro come il sole.
«Mais oui! E’ molto semplice: ‘Corresponsabili di chi ci è al fianco’. Lévinas, più di chiunque altro, ha salvato lo spirito française, dopo il grande buio novecentesco. Oui! La Bibliothèque sarà indubitabilmente liberata dallo scimmiottare di quei malvagi. Io stesso, nottetempo, scenderò negli umidi recessi assieme ad una scorta fidata e troverò quei mascalzoni intenti a chiacchierare di filosofia, ma essi – si arrenderanno subito. Ci sarà da baccagliare col bibliotecario capo: cosa di poco conto. Le prove ci sono: la verifica storica c’è. Tutto è perduto per quelle cattive coscienze – tutto è iniziato per noi. Je vais être le bras armé d’une nouvelle révolte. E tali parranno frasi retoriche, la rhétorique par excellence, a chi farà attenzione alle nostre vicende… eppure, anche loro – denigratori! – al pari degli altri, si sbaglieranno di grosso. Ma non è finita: ho ancora molto da dire», disse in tono minatorio il commissario.
Sbirciò attraverso la finestra e agli scuri. Rivide l’estate appena trascorsa, i raggi indorati che gli percorrevano la schiena. Le vecchie e nuove indagini, scintillanti nel mare. Tirò un sospiro di sollievo: sapeva che a breve, a seguito di questa importantissima missione, non avrebbe più dovuto lasciar annegare le cose che aveva irrimediabilmente smarrito e il tempo stesso che scorreva così velocemente. No, era certo che sarebbe giunta l’ora dell’eterno e dell’infinito, del giusto e del lieto; e tutto si sarebbe rianimato a nuova vita.
«Oui, e forsè rivedremò la figlià che io e tè, signorà Maigret, abbiamò assai presto perdutò!», così disse e una lacrima argentea, nel buio, tradì la gota del buon Jules Amédée François Maigret. 

giovedì 4 agosto 2011

La 'praesentia' di voialtri

Non abbandonare mai il branco,
codesta è la legge, – dissero loro.
Chiedo venia, signori, ma scianca
fu la rama che cascò nel pianoro.

Di modo che, continuò il più vecchio,
tu credi di scampare ai nostri sciabecchi
solidi fra le tue acque di cresta,
schiuse dal soffio di Borea in tempesta.

Nossignore, voi state equivocando!
Vi riconosco: siete ben vividi nei
vostri specchi!
E’ Me stesso che non scorgo più,
subissato da una spocchia ricolma,
da una foggia
che costringe a dargli del tu.