Visualizzazione post con etichetta M.G.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta M.G.. Mostra tutti i post

mercoledì 2 maggio 2012

Dimenticanza


Pregando va le vie di neve
e sotto un vero cielo e nubi false
rincorre un vicolo che cresce.
Gennaio è finito e anche il velo
di apatia si  è sollevato: troppo morta
per lui che ammicca a Werther.
Un fiore colto già appassito
cresciuto un tempo sul cemento.
Un vecchio dal fondo del suo mito grida
senza alcuna ragione: non c’è più religione!

sabato 21 aprile 2012

ArtisticamenteMe. Intervista ad Alice Karshan

Abbiamo incontrato Alice Karshan, giovane pittrice pesarese che nei giorni 28 e 29 aprile esporrà le proprie opere alla Piccola Galleria comunale di Pesaro in Via Branca 5, con cornice musicale dei Gonzo’s Law che con il loro groove che spazia dal funk allo smooth jazz accompagneranno l’esposizione artistica aggiungendo ‘arte ad arte’.
In linea con le idee della Resistenza della poesia si è discusso della figura dell’artista, di bellezza e della condizione attuale dell’uomo e dell’arte.


Ogni opera d’arte rappresenta quella che è la voce più nascosta, intima e vera dell’artista. Che cos’è che ti spinge a dipingere, quali sono i messaggi che vuoi dare con i tuoi disegni, quali vibrazioni ti spingono a creare?

Ciò che mi spinge a dipingere è la passione che ho per la pittura ma soprattutto per la ‘libertà’ che in quel momento  sento e quindi vivo. Per quanto mi riguarda è difficile spiegare in parole del perché mi sento bene quando dipingo e cosa mi spinge a farlo. Penso semplicemente che l’arte sia ‘dentro’ di me. Non mi sono mai concentrata sul tipo di messaggio che vorrei dare, mi piacerebbe semplicemente che la gente si avvicini un po’ più alla pittura e all’arte in generale, ai colori e alle magie che possono creare anche perché sono convinta che ognuno di noi sia in grado di creare piccole o grandi opere, basta semplicemente ascoltare l’istinto e buttarsi! Perfetto ora so perché dipingo…


L’arte quindi è insita in ogni uomo ed è essa stessa a premere per uscire al mondo. Tuttavia tutti gli artisti, oltre a parlare ‘da dentro’ e con la propria esperienza devono – sempre – fare i conti con una tradizione che li precede, e – nel bene o nel male – tutti sono costretti ad accostarsi, a volte affrontare e superare dei maestri. Tu hai dei maestri in particolare? dei pittori a cui maggiormente ti ispiri e con i quali ‘dialoghi’ durante la creazione?

Diciamo che nulla è nuovo. I ‘grandi’ maestri saranno e devono sempre essere presenti nel senso che è naturale ispirarsi ad  un’artista del passato, ma quello che dovrebbe caratterizzare un’artista è la ricerca, la sperimentazione e l’innovazione (se no che divertimento c’è!). Personalmente, sono affascinata dall’apparente semplicità delle forme rettangolari di  Mondrian ,dal surrealismo di Mirò o dalla magica pittura d’azione di Pollock,comunque sia vado dritta per la mia strada e ogni tanto  sbircio un po’ indietro.


Cosa pensi che sia, nella nostra società, l’arte: quale pensi che sia il suo valore? Secondo te può essere ridotta ad un puro vezzo da intellettuali, a un semplice passatempo o un intrattenimento, oppure pensi che possa essere importante, avere un valore all’interno della società?

L’arte in tutte le sue sfaccettature è fondamentale nella vita di ognuno di noi. E quando dico Arte intendo pittura, poesia, musica; tutto ciò che di buono l’uomo riesce a creare è arte! Che sia un passatempo, o che sia semplicemente puro mezzo di marketing va bene, il mio desiderio è non vederla mai accantonata.

Dunque, se ti citassi un passo tratto dall’Idiota, famosa opera di un grande scrittore come Dostoevskij, in cui il principe Myškin, protagonista, afferma che la bellezza possa salvare il mondo, tu credi che ci sia della verità dietro questa affermazione o pensi, come la pragmatica borghesia russa che lo circonda, che le sue siano soltanto le parole di un ‘idiota’?

Era stanco di vivere in una società malata e crudele.
 Sì, la bellezza può salvare il mondo. Penso però che qui non si parli di bellezza estetica, bensì interiore.
E  se l’uomo tornasse semplicemente a sorridere, a sperare, ma soprattutto a credere (e non parlo in questo caso della fede) probabilmente si  aggiusterebbero un po’ di cose. Quello che noto ultimamente è che le persone si accontentano, si arrendono e non lottano più .
Forse è così che veramente diventano idioti. 

La bellezza e l’arte nelle sue varie forme; infatti arte è non solo quella figurativa come già ci hai ricordato tu: ci sono anche la musica, la letteratura, ecc. Che cosa ti ha spinto a voler accompagnare l’evento della tua esposizione d’arte figurativa con della musica dal vivo?

La musica è fondamentale. Infatti quando dipingo alzo il volume, entro nella canzone e comincio. Voglio dare a questa mostra un’impronta fresca, giovanile e allegra. Solo in questo modo potrà rispecchiarmi a pieno. Poi musica e pittura sono praticamente la stessa cosa. Un esempio: gesto musicale e nota colorata.

Per quello che è il tuo particolare stile, la tua ricerca, a chi consiglieresti di visitare l’esposizione, e perché?

Lo consiglierei ai più giovani, per condividere con loro un momento molto importante per me, perché dopo tanti anni di esitazione, finalmente ho preso coraggio e ho deciso di condividere le mie opere. Lo consiglierei alle persone più grandi perché musica e pittura non hanno età.
Infine, con un pizzico di orgoglio, lo consiglierei a quelle poche persone che non hanno creduto in me.


Intervista di Matteo Giunta e Nicola Mancini

martedì 14 febbraio 2012

Il corridoio (una favola) 3, 4, epilogo

III

Finalmente una porta. Tirai un sospiro di sollievo e pensai:” finalmente l’uscita!”. Ma quando la aprì vidi un altro ufficio, identico al primo, con un uomo alla scrivania. Prese anche lui un fascicolo, lo sfogliò. Io irritato non attesi che avesse finito e gridai:« sono ore che cammino, non vedo la fine di questo maledetto corridoio, mi potrebbe dire come uscire da qui?» Lui mi guardò come si guarda un folle, e mentre continuava a fissarmi disse: « in fondo al corridoio». Non riuscendo a contenere il mio disagio, nell’udire quelle parole mi voltai di scatto e aprì la porta con violenza. Mentre uscivo sentì quell’uomo che mi gridava dietro: «lei è arrivato qui troppo presto. Non corra così, lo dico per il suo bene». Non lo ascoltai e mi precipitai di corsa verso la fine di quel corridoio che ancora non si intravedeva nemmeno in lontananza.
Mentre correvo, quasi senza più ragionare, vidi, sempre sulla parete di sinistra, una porta, e questa era aperta. Stremato dalla corsa approfittai di quella per fermarmi e vi guardai. Vidi dei ragazzi, sembravano allegri: sopra un grosso tavolo una lunga fila di bicchieri e delle bottiglie di vino, sembrava stessero festeggiando qualcosa. In mezzo a quell’allegro gruppetto vidi una ragazza bellissima, la guardai a lungo; quando si accorse che la stavo guardando mi sorrise e mi fece segno di entrare.  Ci pensai un attimo, ma ricordai d’improvviso il tempo e ripresi la corsa, sperando di giungere presto alla fine del corridoio.
Avevo ormai perduto il senso del tempo: potevo essere lì da un minuto come da una vita intera.

IV

Sentì all’altezza delle ginocchia una grande stanchezza, quasi non riuscivo più a reggermi in piedi; la fatica sulle spalle e desiderai di fermarmi e riposare, quando finalmente una felice visione mi ridestò le forze. Vidi una porta sulla parete alla mia sinistra, vi entrai e rimasi profondamente deluso quando vidi che anche questa stanza era un ufficio, identico agli altri, con l’unica differenza che questa volta alla scrivania non c’era nessuno; soltanto un fascicolo appoggiato sul piano, identico a quelli che negli altri uffici gli impiegati avevano sfogliato di fronte a me. Incuriosito mi avvicinai a questo e lo lessi. Vidi che vi era scritto il mio nome in grandi lettere maiuscole con affianco due date: una era il giorno esatto in cui entrai nel corridoio, l’altra distava settant’anni dalla prima. Mi chiesi cosa volessero dire quelle due date affianco al mio nome, e come facessero in quel posto a conoscermi. Un’ipotesi terribile mi balenò in mente: non poteva essere, era troppo assurda come possibilità. Mi guardai le mani ed erano quelle di un vecchio. Capì in quel momento di aver raggiunto quella tanto agognata uscita, ma non si presentava con l’aspetto di una porta, come lo erano state  tutte le altre tappe della mia corsa: era un sonno, un riposo, lungo quel corridoio la cui fine non si raggiunge.

EPILOGO

Non saprei dire se giusto o sbagliato sia dare una morale ad un sogno, o ad un racconto. La mia storia potrà essere letta liberamente; non senza un pulviscolo, spero, di piacere. Soltanto una cosa ci tengo a specificare, e cioè che il giorno seguente ai fatti narrati, quando mi alzai, decisi di non prendere la porta semiaperta, di non entrarci ché altrimenti non avrei potuto raccontare nulla.

domenica 12 febbraio 2012

Il corridoio (una favola) 2

II

Decisi così di avanzare, forse esisteva un’uscita; mi ricordai una favola già letta che diceva: ma il vento dell’uomo soffia soltanto in una direzione. Decisi così di avanzare e aperta la porta vidi stendersi di fronte a me un lungo corridoio, sulla parete sinistra un’altra porta: l’aprii. Vidi una specie di ufficio ed una donna alla scrivania, vestita di bianco, tutta indaffarata a manovrare pile e pile di fogli stampati. Appena mi vide aprì un cassetto e ne trasse un fascicolo che osservò scrupolosamente. Non sapevo se parlare o no, sembrava così presa dalla lettura che mi parve scortese disturbarla. Aspettai allora che avesse finito per parlarle. Non passò molto che rialzò gli occhi e mi squadrò dalla testa ai piedi. Quando fui sicuro di avere la sua attenzione le dissi:«mi scusi: sono entrato qui per sbaglio e non riesco più ad uscire». «Deve proseguire lungo il corridoio». Senza nemmeno pensare alle sue parole, la ringraziai e uscii dalla stanza.
Cominciai a camminare lungo il corridoio sollevato di aver finalmente scoperto come uscire da quel luogo. Mi sovvenne un gruppo di bambini, poco più che decenni, correre lungo il sentiero del bosco, e mi ritrovai a gridare: ‘non mi prenderete, non mi prenderete!’ e mi sentii felice.
Ma presto tornai a turbarmi. Quel corridoio pareva infinito: le colonne si susseguivano uguali, l’una all’altra e non una minima imperfezione in quei candidi muri che potesse alleviare l’ansia di un uomo smarrito. Era ormai passato del tempo da quando ero uscito dall’ufficio della donna; cominciai a sentirmi a disagio, mi mancava l’aria, non uno spiraglio in cui poter vedere fuori: chiuso in quel corridoio come in una cripta, in un luogo fuori dal mondo, lontano da tutto. Non avevo l’orologio e pensai fosse tardissimo e che molti dei miei impegni fossero ormai saltati. I miei doveri. Quanto tempo era passato, quante persone avevo già deluso? Come avrei potuto spiegare? Nessuno mi avrebbe creduto, oppure mi avrebbero preso per pazzo; cercai anche un orologio alle pareti per capire che ora fosse, ma stranamente non ne vidi nemmeno uno. Si critica tanto il divenire, ma si provi a vivere l’assenza del tempo e la sua claustrofobica tensione.
Continuai a camminare e ancora non vedevo l’uscita; mi voltai e mi stupii nell’accorgermi che neppure il punto da cui ero partito mi era ormai più visibile. Quanta strada avevo ormai percorso? In quel momento desiderai una via d’uscita che fosse una, non la libertà, una via d’uscita.


(continua)

venerdì 10 febbraio 2012

Il corridoio (una favola)

I

Mi alzai presto quella mattina: una giornata piena, ricca di impegni e di noiosi appuntamenti che non potevo assolutamente rimandare. Così uscì dalla impalpabile quiete del dormiveglia e ancora stordito dal sonno avanzai alla finestra per aprirla. Fuori mi si presentò una bellissima giornata: il sole non ancora sorto, una luce rosata sopra le colline ad annunciarne l’imminente arrivo. Solo un gruppetto di nuvole, bianche e innocue occupava quel cielo altrimenti terso e sembravano scappare dalla luce, dirette verso la parte di cielo ancora scura, come a nascondersi dall’arrivo del giorno.
Un’ aria fredda e frizzante sulla pelle mentre osservavo il mondo da quella finestra. L’osservavo distrattamente, come un mendicante una tragedia dalla porta del teatro rimasta aperta per la distrazione altrui, che guarda lo spettacolo senza interesse, sperando solo che all’uscita qualcuno gli lasci qualche spicciolo, e tuttavia l’unico a capirla.
Quando uscì di casa non c’era più traccia delle nuvole, il cielo ormai schiarito completamente; forse si erano andate a rifugiare oltre l’orizzonte, dove restava il cielo ancora scuro.
Camminavo tranquillamente; nessuno per strada, solo qualche gatto sulle macchine a stiracchiarsi e qualche cane, finito di annusare i fantasmi della notte, a riprendersi possesso del proprio territorio fra pali e pattumiere.
Andai tranquillo, osservando quel mondo che lentamente si risvegliava. Provavo una gran pace nel pensare a chi, nel medesimo istante del mio pensiero, godeva ancora del sonno, mentre io, nel mio lento incedere, potevo osservare le strade nell’istante in cui si presentano libere dall’uomo.
Arrivai di fronte ad una porta. Tante ne avevo già passate immaginandovi all’interno donne ancora assonnate preparare la colazione. Ma di fronte a questa, qualcosa, senza ragione, attirò la mia attenzione e mi spinse ad aprirla. Non volevo perdere tempo, tante commissioni ancora: non potevo permettermelo. Ma la curiosità mi aveva ormai vinto e un passo dopo l’altro mi avvicinai alla porta, la trovai socchiusa, dal battente evadeva uno spiraglio di luce. «Solo un’occhiatina, poi torno alle mie commissioni.» Cercai di scorgere qualcosa dallo spiraglio che senza resistenza mi cedeva; tuttavia non riuscii a vedere nulla fino a che, con un po’ di timore, la spalancai. Una stanzetta perfettamente quadrata in cui non c’era assolutamente nulla, tranne un’altra porta dalla parte opposta.
Rimasi turbato, ma la curiosità a quella vista aumentò e mi spinse ad entrare con l’intenzione di aprire anche l’altra porta. Non feci in tempo a fare un passo all’interno della stanza che la porta alle mie spalle si richiuse. Con un balzo di paura indietreggiai e cercai di riaprirla per uscire da quella stanza così misteriosa, ma la porta non cedeva. Per quanto mi sforzassi era impossibile tornare indietro.

(Continua)

martedì 7 febbraio 2012

Contro ‘l’holliwoodiana maniera: un’analisi del film Á bout de souffle di Jean Luc Godard



«- Lei non ha nulla contro la gioventù?
- Sì, preferisco i vecchi.»
                                                                                                  (dal film A bout de souffle di J. L. Godard)

Si è tanto discusso riguardo la tensione della prima letteratura ed arte americana verso il vecchio mondo; si è pure disquisito sul tentativo già dell’America ‘pre-americana’, quella puritana, di creare un ‘nuovo Adamo’; ma l’evidenza mostra oggi e costringe ad interrogarsi sulle ingerenze della cultura americana – nello specifico caso di questo articolo, del cinema – sul ‘gusto’ europeo e sulla sua omologazione ai canoni d’oltre oceano, o Holliwoodiani. La polemica non è nuova; basti pensare al famoso esordio cinematografico di Jean Luc Godard – oltre che ai suoi articoli di critica contenuti nei Cahier du Cinéma – con il film À bout de shuffle. La frase con cui ho aperto il mio articolo è tratta appunto da questo film e si rivela una chiave di volta per sviluppare la questione che mi propongo di discutere.

***

Siamo sugli Champs Elysées, dove passeggiano centinaia di ignari passanti. Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo) cammina con Patrizia Franklin (Jean Seberg), cerca di convincerla a seguirlo in una fuga verso l’Italia e via dai guai; lui, ladro d’auto d’esistenzialistica indifferenza e lei, studentessa americana innamorata ma restia ad abbandonarsi al sentimento puro. Dopo un fugace saluto una ragazza raggiunge Michel e gli rivolge la domanda «Lei non ha nulla contro la gioventù?» a cui segue la risposta «Sì, preferisco i vecchi» che potrebbe, certo, risultare persino banale se non fosse che, in una connotazione recuperabile solo attraverso artifici formali, racchiuda in sé un significato extra-filmico: l’ineludibile conflitto che da vita ad ogni tradizione, padri contra figli. I Vecchi sono i registi degli anni cinquanta, che legati ai paradigmi della omologante favola di Holliwood sono incapaci di rappresentare la poliedrica e vivace realtà francese tra gli anni ‘50 e ‘60; compito che si affidano i Giovani, ossia il gruppo che ruota attorno alla rivista dei Cahier du Cinéma di cui Godard è uno dei più ferventi membri (Resnais, Trouffaut, Chabrol, Rohmer). La ragazza infatti, nell’interrogare Michel, stringe fra le dita un numero di questa rivista. La domanda diviene a questo punto, quasi un teorema: da maestro del discorso meta-cinematografico e stilistico, e da teorico e critico di punta della Nouvelle Vague Godard intende, attraverso un inserimento della discussione ‘reale’ e ‘mondana’ all’interno della finzione del film, proporre la sua idea di nuovo cinema che si stacchi dalla classica fiction di stampo favolistico-holliwoodiano e si inserisca nella vita vera: politica, sociale e filosofica della Francia di quegli anni. Detto questo è senz’altro naturale riconoscere il debito stilistico di questo movimento verso il suo più prossimo parente italiano: il neorealismo, tuttavia vi è uno scarto ideologico che differenzia la ‘nuova onda’ francese dal fratello italiano: una forte spinta intellettualistica verso il meccanismo cinematografico in sé, così da discendere ad una autoreferenzialità e ad una riflessione sul mezzo che da vita ad alcuni tra i più grandi capolavori meta-cinematografici del cinema di sempre.
La realtà viene così portata sulla scena, ma il film è finzione e non realtà, questo tiene a spiegarci Godard con le sue sgrammaticature, con gli sguardi in camera a coinvolgere/esautorare il pubblico, per non smarrire appunto, seguendo quella che è la teoria brechtiana del teatro, la lucidità del pubblico e la sua capacità di riflessione sull’opera. La finzione del film ha in questo modo l’importante compito di formare un pensiero, di creare un opinione; con le parole di Godard: di “fare politica”, e questo non attraverso una trama avvincente o attori taumaturgici, ma attraverso la forma, attraverso lo stile e lo sguardo. La realtà non deve più essere resa fiction tramite schemi fissi e collaudati per strappare lacrime o creare souspance, ma osservata da un occhio capace di creare su di essa una verità: l’occhio dell’autore.

lunedì 23 gennaio 2012

Dentro un pub

Danzava dietro ai tavoli ridendo
velava dietro ad abiti di sguardi
di un dio lascivo il fragile tempio.
Gli asceti dietro i vetri domandavano d’amore.

domenica 13 novembre 2011

Primo giovedì del mese di novembre di non ricordo più quale anno

Per me è finita, diceva l’amico
lascio la scena prima della disfatta.
Eroico è l’abbandono. Dall’articolo
ho intuito la fedele nostra rotta,
ma il mare ha grandi onde, verdi,
e ciò che lasci non è mai quello che perdi.

martedì 1 novembre 2011

Traduzioni: 'Le cose' di J. L. Borges

Il bastone, le monete e il portachiavi;
la docile serratura; gli appunti tardivi
che i miei pochi giorni rimasti
non leggeranno; le carte e la scacchiera sola;
un libro e fra le carte una scolorata viola
monumento d’una sera, senza dubbio
inobliabile ed obliata; il rosso specchio occidentale
in cui arde un’illusoria aurora. Quante cose:
lime, soglie, atlanti, coppe, chiodi,
servono a noi come silenziose chiavi,
cieche e stranamente segrete!
Perdureranno oltre il nostro oblio;
ignare dell'estremo nostro addio.

giovedì 20 ottobre 2011

L'affondamento del 'Laetitia'

Il marinaio.

Altrove, pure, aveva
una vita.
   Solingo
solamente partiva;
il mondo sconosciuto,
diceva al sacro mare,
poter ammirare;
ma la sua immensità
così strana rapì
quel suo giovane corpo
e con sé lo portò:
incosciente rovina
della meravigliosa,
inquietante scoperta:
troppo grande per lui,
dolcemente si perse.

sabato 15 ottobre 2011

Due parole a caldo sugli scontri di Roma

Ancora una volta l’azione eclissa col suo manifestarsi l’idea e la sua motivazione, attirando sui suoi risvolti caotici tutta l’attenzione e l’indignazione. E quest’ultima non doveva associarsi a quella di tutto il resto del mondo verso un sistema economico? Così non sembra, o meglio, se pure si conserva l’idea iniziale, come non nutrire indignazione, ora, anche per quegli individui che hanno scatenato il caos nella città eterna, che hanno attaccato, non solo lo stato ed i suoi simboli, ma i semplici cittadini e le antiche strade di una città. Il risultato di una azione simile risulta dannoso per i suoi stessi ideali, instillando la paura nella gente – che allora si dissocia – e la sfiducia verso chi si batte per il futuro di tutti. Chi darebbe in mano il proprio futuro a sfascia vetrine incappucciati o a ballerini di sassi e bombe carta? Inoltre il potere, alla luce di questi gesti (di pochi) è giustificato a ricorrere a sua volta alla violenza ed a rafforzarsi, sviando l’attenzione da quelli che sono i problemi fondamentali, quelli per cui ci si era riuniti in piazza. Ciò nonostante pare che non esista altra maniera, in questo paese, per esporre le proprie idee che la violenza. E quale modello può scaturire da un violento scontrarsi, se non un modello di distruzione e semplicistico disfattismo pronto a tutto pur di sentire per un attimo una scintilla di calore. Non ci si costruisce il futuro con le bombe; sono necessarie le macerie, ma non i vetri rotti di un negozio o le lamiere bruciate di una macchina: le macerie che servono sono quelle di una forma mentis che non riconosce nulla oltre il potere, e di fronte ad un sistema sempre più lontano, cerca il Robespierre di turno per farsi aizzare contro tutto e tutti, pur di sentirsi parte di qualcosa; occorrono le macerie di un’ignavia e un’apatia che inducono la nostra e la precedente generazione ad accettare tutto, finché ci sia possibilità di espletare le proprie pulsioni profonde e soddisfare i propri bisogni primari. Ora tutto ciò sta venendo meno e il risultato lo si vede giorno per giorno.
Ma attenzione: come spesso accade in questi casi, è stato un gruppo ridotto di manifestanti che ha saputo tanto elegantemente attuare una rivolta che, se nutrita dalla violenza sconsiderata verso tutti, non è che una rivolta del potere medesimo volta a conservare, in un momento di instabilità, se stesso. Se non ci si unisce come tutto il resto del mondo ha saputo fare, in un unico e grande fronte in cui gli atti sconsiderati e inutili di violenza vengano sostituiti da un più saggio e cauto costruire nuove alternative, non c’è possibilità di uscire da una situazione in cui il potere occupa una posizione di dominio; e le idee di una civiltà, che forse si sta lentamente svegliando, non riusciranno a sovrastare il baccano di qualche selvaggio teppista.

sabato 8 ottobre 2011

Uno come tanti

Luce ed ombra come dentro un sogno.
Il ragazzo che galoppa da ardente purosangue
ha gli occhi fissi sulla strada, come fari,
non inciampa: troppa vita lo rincorre;
cerca furibondo l’abbraccio della folla,
il brusio del tacito vociare, il laccio
di un facile pretesto per mollare. Crolla
di fronte al nulla, alla parola che cancella.
Ombra e luce, come dentro il mondo.
E il solitario appella dio, lo cerca
tra una lacrima ed una bestemmia:
del fratello non ascolta la miseria,
dimentico che la sua stessa fioca fiamma
gli è sorella.

venerdì 30 settembre 2011

Spazi IV

IV

Il rumore delle onde mi riporta un po’ di tranquillità. Penso a mio padre. Lo rivedo, stanco e con una vestaglia che manda odore di tabacco. I suoi occhi inespressivi fissi sul brusio della televisione, le mani abbandonate lungo la poltrona e due profonde rughe sulle guance; mia madre siede accanto a lui ma nessuno dei due sembra accorgersi dell’altro. Lei fa passare tra le dita un filo di lana che sembra portarsi dietro tutta la sua vita e cuce, con le sue mani ossute e grinzose, tutti i sogni di bambina, spezzati da ogni figlio cullato in grembo. No! non hanno ragione queste persone, non hanno affatto ragione. Ora li vedo, stanno tutti affondando nel mare. Gridano, si sbattono, cercano di salire in superficie per respirare, ma inesorabilmente il mare li inghiotte tutti, uno ad uno. Ah Ah! Ora sono io a ridere, sono io a guardarvi smarriti nell’illusione, a guardarvi fallire, a vedervi morire. A voce bassa sussurro a qualche passante che si intromette nei miei pensieri: “ vi state lentamente lasciando morire, vi state consumando”. Non so per quale motivo, ma quando mi guardano i passanti accelerano il passo e non mi ascoltano o fingono di non farlo. Allora vorrei rincorrerli, gridargli in faccia quello che si meritano e gettarli in mare, nel mare quello vero, così che si accorgano che stanno già affogando, quegli illusi.
Il sole comincia a calare, la brezza del mare mi accarezza la pelle. Mi addormento sempre di fronte al mare. Allora, un po’ rintronato e con un leggero mal di testa mi alzo, cammino fino al parapetto e mi sporgo ad osservare l’acqua, cerco di vedere il fondo, scavo, scavo con lo sguardo ma non lo riesco a raggiungere. Sempre mi coglie la voglia di gettarmi, mi trafigge il cuore una ventata di calore e lo stomaco mi si stringe. Che piacevole sensazione. Cerco di immaginare come sarebbe la mia morte se mi gettassi. Morirei annegato, come tutti, ma io lo farei davvero. Mi vedo precipitare sul fondo, senza opporre resistenza. Scivolare lentamente giù, sempre più giù, fino a toccare l’inferno. Che piacevole sensazione!
Il sole è ormai tramontato. Farlo di notte non avrebbe senso. Domani tornerò, domani.

 Fine

mercoledì 28 settembre 2011

Spazi III

III

Ora ricordo, mi sovviene finalmente il motivo per cui partì tanti anni fa. Ero ancora un ragazzo, e quanto ero giovane allora e poetico; che tenerezza il ricordo! Ma sì, volevo fuggire il deserto, volevo dimostrare a me stesso e al mondo che qualche cosa si poteva edificare, si doveva edificare! che sarebbe bastato trovare nuovi spazi. Partì con l’illusione del bambino che attraversa per la prima volta lo steccato, con la gioia del poeta che sfiora l’assoluto, con l’anima più pura di una sorgente. Ed ora, che mi ritrovo a calpestare strade nuove che puzzano di bistecche arrostite e di rumori bianchi, mi pare di non essermi mai mosso dalla mia città. Dove, dove posso trovarli nuovi spazi? Ora che ho viaggiato tanto, conosciuto le più diverse vite, non so, certo non so. Dopo aver attraversato terre aspre dove l’uomo è un ospite o un fantasma; dopo aver superato città in cui l’uomo è il sovrano di un inutile regno di caos e macerie, dopo aver sviscerato i più disparati occhi e aver discoperto i più remoti scrigni, le labbra più serrate, mi accorgo che in tutti esisteva soltanto una paura immensa, una inconfessabile paura per la vita, che non portava ad altro che a cadere nel più meschino accontentarsi. Mi accorgo che l’amore e la paura sono, in fondo, la stessa cosa. Mi accorgo che è impossibile costruire verità, edificare sul nulla, sulla sabbia; soltanto gli asceti e i dotti sono capaci a edificare sul nulla, i poveri di spirito lo fuggono semplicemente, sbaragliandosi nel mare immenso e camminando sull’acqua, passeggiando come nulla fosse in mezzo ad una tremenda tempesta. Ma io non voglio fuggire, non posso accettare una casa, neppure un castello, se le fondamenta su cui è poggiato sono il nulla. Io voglio vivere, la mia forza vitale mi impedisce di costruire, di vendermi al demonio, all’avversario e mi impedisce di accettare quest’assurdità. Non mi resta che sorridere, un po’ a forza devo ammetterlo, ma non ho altro. E tu, Sara, ora anche tu nella mia mente. Quale candore poter credere che fosse una donna a potermi dare una ragione, quale pretesa e quale, in fin dei conti, ingenuità!
Questo mare, com’è eterno questo mare!


Continua

domenica 25 settembre 2011

Spazi II

II

Mi alzo presto la mattina, quando il cielo ancora buio è bagnato da appena un po’ di viola sopra l’orizzonte. La sera mi ritiro che nessuno più passeggia per strada, se non qualche brigata di ragazzi euforici di alcool, e pochi e strani uomini avvolti di mistero. Non dormo. Giaccio e poltrisco sotto le coperte pulite; mi giro e rigiro cercando di scacciare i rumori che non sento e che tuttavia non mi lasciano dormire. Odio il rumore quando c’è silenzio. Di prima mattina scappo subito di casa, non potrei sopportare la vista odiosa dei mobili polverosi e dei muri giallastri. Galleggio per le strade, vago senza meta. Odio avere obbiettivi. Mia madre mi diceva sempre, nella sua candida ingenuità, che nella vita è indispensabile avere degli obbiettivi, quando li hai allora non conta che tu sia ricco o povero, grande o piccolo, bello o brutto, la tua vita allora avrà un senso. Ma io vago senza obbiettivi e in fin dei conti non sto male. Non mi interessa nulla, non mi arrabbio per nulla, nulla mi spaventa o mi da gioia. Vivo forse una vita tra le più equilibrate che ci possano essere. Non giudico nessuno. Non mi importa niente degli altri, tuttavia mi diverto a passare le ore osservando vivere le altre persone. Sento una pietà infinita per quelle vecchiette che la mattina presto vedo pellegrinare in chiesa; che belle che sono, tutte intimorite e scure; hanno paura della morte, la sentono vicina e cercano, sforzandosi oltremodo, di credere che dio le salverà e che la vita sia eterna. Forse qualcuna tra loro ci crede veramente. Queste le si riconosce al primo sguardo: mentre le altre se ne vanno a testa china e pensose, queste ultime sembrano più serene, chiacchierano tra loro di sciocchezze: “Gina, sai che la figlia di M. ha trovato lavoro come badante.” “Lo so Pina, quella sì che è una brava ragazza” Oppure: “Maria, hai visto il figlio di E. come va in giro? Con quei capelli lunghi, sembra una donna, che gioventù!” Quando una dopo l’altra spariscono dietro la grande porta della chiesa come una fila di formiche nere, con una breve risata mi alzo e vado verso la stazione. Anche qui mi siedo e rimango ad osservare. è strano vedere le persone partire o tornare: grandi abbracci, lacrime, baci. Certi giorni sembra proprio di guardare un film. Bah! Quando sono stanco di tutto questo guardare me ne vado al bar della stazione. Lì Giovanni mi serve il mio solito bicchiere di vino, magari due, o tre. Dopo che quel rosso veleno comincia a fare effetto tutto pare più bello. Le persone che passeggiano per strada mi sorridono tutte, mi prende un senso di vertigine quando, giunto in piazza del popolo vedo quell’affollarsi di persone, quell’enorme statua e ripenso a come tutto assomigli ad un grande formicaio in cui si agisce senza senso e senza alcun obbiettivo. Che strano. Povera mamma, lei ci credeva alla vita. Continuo a passeggiare fino al lungo mare, fino al molo. Mi siedo di fronte al mare e allora mi coglie un profondo senso di libertà. Ancora inebriato dal vino bevuto a stomaco vuoto mi metto ad osservarlo: quell’immensa distesa d’acqua, quel deserto azzurro. Penso a quanto sarebbe bello perdersi nel mare, gettarvisi. Nuotare fino a poter toccare l’orizzonte. Dopo qualche minuto mi sento male, comincia a girarmi la testa, mi prende un senso di nausea, forse la stessa di cui parlava lo scrittore francese, non so. Mi sembra di vedere il mondo, le persone, mia madre, la processione di vecchiette, gli amanti alla stazione, tutti li vedo camminare sulle onde di quel mare. Perché lo fanno? Perché non affondano, mi chiedo. Dove trovano la forza, il coraggio di andare avanti? Di sorridere? Allora mi sento ancora più male. Mi sembra che la mia vita sia sbagliata, che sia corrotta e loro sembrano avere ragione. Mi guardano con i loro visi pieni di scherno, con sorrisi più amari di un ghigno. Ridono di me, mi insultano. Mi indicano alle spalle, mi prendono a calci, mi porgono il braccio quando cado e poi lo ritirano quando sto per afferrarlo. Perché lo fanno? Perché? 

Continua

mercoledì 21 settembre 2011

Spazi


I

Lo dico a te perché, lo sai, mi hanno detto che è sempre colpa di una donna, che alla mia età un uomo certe follie le può fare soltanto per una donna. Altrimenti, dicono, vista la mia condizione sarei un pazzo a fare ciò che faccio. Non sarebbe giustificabile, dicono. Mio padre mi ha rincorso fin giù dalle scale e fermo sull’uscio, già con il fiato corto e una lacrima sulla guancia mi ha gridato dietro come fossi un delinquente, mi ha gridato tutto il suo amore ed odio insieme “cosa credi di fare! Torna qui, ti prego. La fuori non c’è nulla per te, la tua è un’idea folle. Torna qui!” Povero padre, lui ha sempre lottato nella sua vita, si è sacrificato per me. Diciamo che ha saputo essere un pilastro nella nostra città: è stato importante e ha lasciato un impronta sul suo tempo, ma il suo tempo è finito. La sua vita non è la mia. Sento che il suo fiato pesante e il suo respiro affannoso, quando a sera sonnecchia con le pantofole sulla poltrona, mi opprimono; le sue storie lacrimose o avventurose mi lasciano un senso di vuoto, non mi parlano più come quand’ero bambino. La tv che ronza inosservata mi provoca una rabbia assurda, inspiegabile e tutta concentrata verso quel vecchio che paradossalmente, mi ha generato. Io sono il futuro, e come tale, non mi vedo ancora, non posso vedermi, nessuno lo può. So soltanto che la sua vita non andrà sprecata, ma di certo non è la mia. Sento che col suo amore e i suoi sacrifici, mio padre ha distrutto tutto lo spazio attorno a lui, lo ha reso arido e pieno di nulla. Infinito e inutile, come un deserto. Io non posso vivere nel nulla. Sento di avere una missione, sento di essere importante, di poter fare qualcosa per gli uomini che, come mio padre, vagano abbagliati dal chiarore sterminato del deserto.
Ho deciso di partire, proprio così. Devo cercarmi nuovi spazi; temo che sarà un’impresa ardua, lo sento quando le viscere cominciano a tremarmi al pensiero di cosa potrò incontrare lungo la strada: paesi, storie, facce, forse altri deserti; ce ne sono tanti in giro, lo sento. Sono sicuro che cadrò lungo il cammino, i miei avi cadono da sempre; spero soltanto che saprò rialzarmi, spero di averne la forza. Forse all’inizio, quando ancora dovevamo darci un nome, secoli e secoli or sono qualcuno ha parlato di una età dell’oro, di un paradiso perduto; è forse proprio per questi, per ritrovarli che noi cademmo sempre.
Sento però che me ne pentirò. Ho paura di non giungere da nessuna parte, ho una strana impressione, come se il viaggio fosse infinito o che la vita di un uomo non sia sufficiente a percorrerlo. Ho in odio l’idea che un giorno dovrò tornare in ginocchio, sporco e puzzolente di fallimento qui, da mio padre, da te; in questa città sempre perfetta, dove tutti amano tutti, dove le leggi sono sacre e le persone, andando cieche per le strade si lasciano lentamente e dolcemente morire. Sento di appartenere a questo luogo ma io, Sara, non voglio rassegnarmi ad essere un burattino sul palco di questa città. Qui ormai si vive soltanto per sentito dire, i modelli, i miti sono morti, sono poveri, vagano anche loro smarriti nel deserto e come può essere forte un uomo che ha come sua gloria un cimitero. Sì perché qui tutti sono orgogliosi dei meravigliosi giacigli riservati ai morti. Le statue costruite ad arte sopra un cadavere sorridente, sì, perché qui si muore con il sorriso, Sara. Dopo morto tutti ti ameranno più di quanto non l’abbiano fatto in vita. Piangeranno per te, ti elogeranno pure se mai ti hanno incontrato una sola volta ed una hanno parlato con te. Qui si gioca in contropartita, si seminano querce che mai si vedranno fiorire e nessuno ci pensa, nessuno se ne accorge. L’amore per la vita: che oppio incredibile! capace di rendere amorevole la morte.
Scusami, ho finito per divagare come al solito. Devo partire Sara. Sento l’armonica del galeotto suonare quando sono qui, a sera o all’alba; tant’è che, guarda, ieri ho comprato un’armonica. Non la so suonare granché ma imparerò lungo il cammino. La suonerò ogniqualvolta il mio pensiero si dirigerà a te. Perché? Te l’ho detto: mi hanno assicurato che il motivo è e deve essere sempre una donna. 


Continua

sabato 10 settembre 2011

Quartine sghembe I

Danzava dietro ai tavoli ridendo
velava dietro ad abiti di sguardi
di un dio lascivo il fragile tempio.
Gli asceti ai tavoli domandano l’amore.

mercoledì 27 luglio 2011

Silenzio

Con quante parole pellegrine,
con quanti affronti cantilenanti
e ricerche a sorgenti divine,
con pastiche di già detto e di fiati
malfermi, di pianti sinceri – lo so –
mi dici che qualcosa ha da essere detto.

mercoledì 20 luglio 2011

14 Agosto 2010.



Si può desiderare di partire, di andarsene lontano, per tante ragioni e tra le più diverse e lontane tra loro. Si può voler scappare da qualcuno, qualcosa; si può essere stanchi e cercare risanamento altrove, in luoghi nuovi e mai visti nel cui mistero proiettare sogni e desideri senza alcuna regola o ragione; si può anche partire per il solo motivo di poter poi, alla fine del viaggio, ritornare; si può inoltre avere desiderio di partire per sfuggire ad una fiacchezza che va oltre il luogo fisico, ad un senso di inattività feroce che all’esterno di se stessi non si svela, che si sente provenire dalle viscere, dal passato dell’essenza, dal fondo del buio di una mente. Ma come fuggire da se stessi? L’intelligenza coglie questo paradosso, ma la fiducia nel viaggio non si cancella: si ha una cieca fiducia nel fallimento che si vede ormai prossimo. Ma le gambe fremono, hanno desiderio di partire.
Quando l’occasione si presenta, come un sasso gettato nello stagno intorpidito rompe la superficie di alghe mostrando all’acqua uno strappo di cielo, la mente intorpidita ritrova nell’immaginare posti non veduti nuova forza, nuova energia. Non sa a che cosa vada incontro eppure freme, appunto per questo motivo freme. La vita, allora, cambia la sua forma come l’acqua scossa dal sasso e la mente congettura che essa non si riduca ai soliti rituali quotidiani e alle fiacche e dorate abitudini dei giorni.
La meta in fondo non conta. Conta l’idea che si ha di essa: le illusioni che si hanno, le conoscenze superficiali. Ogni meta è un paradiso ed ogni arrivo una sconfitta, una delusione.
La mia meta è la Francia, il mio sasso con la erre uvulare. Sono speranzoso, quasi mi sento fremere. Non come da bambino, ma come non sentivo più da tempo. Stasera non dovrò tormentarmi nel dilemma se uscire di casa o meno, se affrontare da solo la strada piena di persone senza importanza e senza nome per raggiungere altre persone senza importanza ma a me note per strozzarmi con loro a suon di vino il fegato, oppure se rinchiudermi nella mia stanza, solo, a maledire ogni scricchiolio ed ogni rumore avvolto nella inquietudine che inevitabilmente coglie l’uomo quando è solo e chiuso in una stanza.

… Tutta l’infelicità umana deriva da una sola causa, quella cioè di non saper restarsene quieti in una stanza. (Pascal, Pensieri.)

Stasera si respira aria diversa, aria che domani non lo sarà più, puzzerà di nuovo. Tuttavia negli ultimi anni ho imparato a godermi questi piccoli istanti di ebbrezza, di insensata allegria che, a rifletterci bene, visti dalla prospettiva del ricordo non apparirebbero, di un solo capello, più brevi di un’intera vita.

mercoledì 13 luglio 2011

Dissolto in una nebbia che sa amara

Dissolto in una nebbia che sa amara
con di sorrisi il retrogusto,
e lontani dagli occhi li vedo capovolti
il bar è chiuso, altrove la fanfara.
Che lunga e breve sera e i ponti
sotto le bombe. Un cane annusa
fra le macerie e canta la luna
che non si vede. Tu, Io, accusami
d’esser stato qui e non esserci stato,
della già tremenda pena
di tornare a casa spoglio d’appiglio
reggendomi sui piedi appena.