Visualizzazione post con etichetta A. F.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta A. F.. Mostra tutti i post

martedì 10 luglio 2012

Parla l'Autore


Dubito di stare qui, in questo momento. Dubito della murata rossastra nell’aula fumatori, a Palazzo Veterani, una volta spenta la sigaretta e l’incanto. Ho un dubbio feroce riguardo all’esistenza dei miei genitori, e di mio fratello. Sono in dubbio, se penso alla moltitudine di gente che ho incontrato e incontrerò nella mia pur vuota esistenza. Se guardo indietro, se guardo al mio scianco passato in sordina, sono dubbioso degli amici che ho visto passare e dei miei gesti: le vittorie poco assaporate, le sonore sconfitte, i miei sì, i miei ma, i no che ho proferito a me stesso prima che a gli altri, le verità che ho audacemente nascosto per non soccombere.
     Dubito dei sorrisi smaglianti della gente da social-network. Diffido dalle nuove generazioni già ricche di lingue straniere ed esperienze – a me ancora precluse. Ho sospetto di chi ride ed è felice: ma anche di chi piange e si lamenta per un cece nella scarpa. Mi riesce difficile non dubitare della materia, viepiù se è guasta ed emana un cattivo odore. Per non parlare dello spirito, così vacillante e incerto, evanescente: mi par giusto credere che non abbia alcuna obiettività da sviscerare.
     Dubito dei contenuti della morale, dei vaniloqui immorali, della bestialità e dei cherubini, dei cuori in affanno e dei pacemaker. Sono in serio dubbio, se mi si parla di ére geologiche e guerre mondiali, se mi si vuol convincere che l’Universo è infinito e gli etruschi siano di origine non indoeuropea. Se guardo avanti, se guardo al futuro claudicante che mi attende, sono dubbioso all’ennesima potenza: mi par nulla il mio seguito, e non ultraterreno, come mi hanno insegnato da bambino.
     Dubito di Dio, della Madonna e di tutti i santi: alla faccia di chi crede che si creda sempre, e di chi mi offende se do mostra di credere, senza crogiuoli e senza dubbi lancinanti. Dubito allora che Gesù sia veramente esistito; ma poi torno indietro nel pensiero.
     Ci sono cose sacre, sulle quali non è lecito dubitare: perciò non dubito più che i miei genitori esistano, e nemmeno mio fratello. Col loro amore scontato, di cui mai saprò l’inizio.
     Eppure, continuo a dubitare dei dubbi che non ho avuto. E dei rimorsi, delle olive aromatizzate allo zenzero, del diavolo e della canaglia, del benefattore e dell’ingrato, dell’amico traditore e dell’amico per sempre, delle donne ignude, delle vettovaglie che mia nonna ancora prepara, quando parto da casa. Dubito che tutto questo abbia un senso, il senso straordinario che il cuore prepara dalla nascita, benché sia chiaro l’amore da un verso, e l’odio dall’altro. Un dubbio onnicomprensivo mi assale poi a notte fonda e nel tiepido mattino d’estate: che il problema del Male abbia un reale fondamento.  
     In generale, non riesco a credere di dubitare che dubito dell’esistenza di ogni corpo, corpicino e corpuscolo, rischiarato dalla luce del sole o celato nel fondo delle tenebre.
     Ma l’unica cosa di cui non posso dubitare – nonostante tutti i dubbi e le lacerazioni – quell’unica cosa, dico, sei tu.

sabato 30 giugno 2012

Primavera di Praga (Strambotto)

Come Jan Palach, dopo la stenta, guiderai la rivolta.
L’inverno al belvedere è ancor più sigillato.
Dal trespolo s’arruffa la tua faccia stravolta,
Color mandolino, sparisce in glissato.
Ma tu, mia dama, passerai il gelo sul coperchio

                                                                            [del mondo,
Pettirossa, abbaglierai le murene al tuo canto.
Se il mio grumo d’ala sarà lì per garrire,
Ricordane lo sparo, potresti sfiorire.

lunedì 11 giugno 2012

Fortezza Albornoz


Un tempo qualcuno lì combatteva.
Qualcuno, un tempo, era sentinella del mattino.
Sbrigliavano i cavalli impomatati
mentre Federico guercio lampeggiava
                                           nell’armatura.

Un tempo lì c’era il palio mascherato.
Qualcuno, un tempo, era guardiano notturno.
Poi i cavalli morivano. Vi era la concia.
E il raso trapunto custodito.

La perizia dell’artigiano. Nocche
Gonfie. Per magia una rosa canina:
tutto era locus amoenus un vociare
di servi mercatori di pupille d’ambra.

E di cortina.

*

Noi spesso andiamo in cima alla fortezza, nei giorni assolati.
Non badiamo alle concessioni della storia. Ma godiamo di noi
e della natura, che invade gli stinchi, che rende parassitari.
Assuefatti ad una mistica adusata, tra i segmenti
                                                                                di bacelli.
C’è chi ride, chi scodinzola, chi gioca a palla. Noi lastrichiamo
le solite domande sospese. ‘La balza c’attende ancora’, ci diciamo.
E tutto sommato, ‘meglio così.’ Poiché non tocca essere sterratori.
Al massimo registratori di sensazioni decadenti,
                                                                       o di voci impopolari. 
Questa natura, distese tallonate, acquitrini, dentature smagliate
fa nuotare in pace con la coscienza e con gli altri.
E, paghi d’una calma acciottolata, rimaniamo con le imposte
                                                                                        abbassate.
Ma ci manca ciò che nel quattrocento fu la fortezza.
Non frangivento per anonimati, che sguazzano come anguille
in erotico oblio. Manca il sigillo bollato della madia.
                                                                                    La sicurezza.

domenica 27 maggio 2012

Via Posta Vecchia


*

In via Posta Vecchia una lanterna
di diamanti dà lume al giorno.
Annibale Albani in tunica
ne regge e regola il dorso.

Scruta al lucignolo del terrore
le movenze e le vendette
della gente cauta, ma impigliata
nel proprio dolore.

E dice: ‘Veglia nottetempo,
al conciliabolo della pupilla.
Fissa visionario l’iride
dell’ospite inquietante

l’orbita ottica stravolta,
senza polverizzarne
la Speranza presbite.
Non regolare la Storia,

recitando la miopia dei suoi passi.
Attendi i ritardi della memoria.
Non dar luogo a rimandi:
il tuo presto è già tardi.’


Le origini

Certe volte, quando a sera
l’inadempienza sboccia,
passo a gattoni al locale

che lascia la granitica
donna-squalo di Pazienza.
E per un capogiro d’associazioni

visive e uditive, gocce al timpano
spezzato, mi trovo a discorrere
pacatamente ai fusti del porticato:

‘Badi poco a San Severo,
la città del tuo pensiero.
Non ti frega della vite e dell’origini.

Non sguaini la ciocca dal
sovra-pensiero. Affùss’t da straniero.
Con l’esilio che segue ovunque.’

E prosegue:
‘Ci diede ogni cosa la vita,
e ogni cosa noi gettammo via.’


giovedì 24 maggio 2012

Le Mura


Hai portato con te il filo.
Era un modo per depistare le vertigini del labirinto.
Dall’andito delle mura
sale la strada affilata
                                 con i suoi ciuffi di mattoni.
Nessuna collina, nessuna pianura.
Nel cratere c’è dell’acqua – nostra vita che ristagna,
riscaldata da un sole mulinante
e il gelo, su in cima, che bagna.
Da quando poi hai disbrogliato il filo.

Era un segno studiato per non perdersi,
per uscire da queste vie chiuse a vene.

Ci siamo persi negli intrichi dei rinsacchi.
Noi avviluppati dal gomitolo, io e te schiavi del baricentro
della città nuda e splendente.
                                             E il mostro spia
è un flash che ricambia cenni ammaestrati.
Attende il nostro gioco nel suo labirinto.
Noi contro la tormenta
                                   cammineremo, fra le buche
e il croco, altre arterie della mente incroceremo.
Case ridipinte, bosco sacro, scure intitolata alla terra.
E finalmente sarà paesaggio la nostra vita.

Ahi, il filo s’è spezzato!
Il Minotauro incalza sicuro – cresce la paura.
E non sei più certa di voler uscire dalle mura.

mercoledì 16 maggio 2012

Piazza Rinascimento


Impulso di scendere
e conquistare sgravio
per gli scalini fino alla rotatoria
rotante. Come quando
t’accompagnai a vuotarti
di birra nel vicolo a cannella.

Io da dietro il muro
ad ascoltare con la ghisa
e le felci che proteggevano da Te.
Tu rannicchiata, soffio che scorre
per lo strappo della lampo,
fili imbrigliati per l’uscita.

A guardarti, anche in un getto
di sguardo assonnato
in quella semi-oscurità densa di fruscii
e gocciolii luccicanti,
sarei rimasto castigato
come il Marsia di Mirone.



*

Il taglio storto della via non guidava più a Te.
E proprio nell’istante della rinascenza,
quando la ὕβρις che rasenta
è alla punta di sipari spalancati.

Seppur manchi fino a ingrigire,
io debbo camminare. Non sarà
il prugnolo, né la traccia nocciola
del tuo giaccone. Nemmeno
l’inebriante suono del tuo nome.

La via, però, cigola d’una bellezza
terribile. La corrente d’aria spersa
reagisce al mio passo contro-vento.
Il tuo luccichio m’attraversa. E tutto
vibra lento, col tremore
dell’onniveggenza fulminea.

Di quando si è provati dal portento.





Two Irish poets

                                                                                                                                                                                ‘Compose in darkness.
                                                                  Expect aurora borealis
                                                                  In the long foray,
                                                                  But no cascade of light.

                                                                  Keep your eye clear
                                                                  As the bleb of the icicle,
                                                                  Trust the feel of what nubbed treasure
                                                                  Your hands have known.’
                                                                                                                                                                         
                                                                                                                                                                                  Seamus Heaney


Mi vennero dinanzi due ombre,
forti del rinascimento irlandese.

‘I returned to a climb.
The distance was long, all the way.
In our word-hoard, there was poverty,
but even death lies and the void
deceives, like the bearings
                 of your history!
And you, compose, exspect, trust!’
  
Il più giovane mutò accento,
quasi che fosse tradito da sé:
                          
‘Bog leat, mo chroì!
Tá tú mall.
Chonaic mé Sweeney grian liath
                  ar an tsráid Anahorish,
aistritheoir atá ionam.
Is tine mé, bláthanna leabhair,
scáthán ar an t-urlár.’[1]

Poi, cogliendo le linee essenziali
della nostra lingua:

‘Yeats giunse fra i colli ventosi.
E presi a seguirlo
con poesia lenta e improvvisa.
Rimanemmo chiari fra le mura:
un dio consentì la nostra
oscillante uscita.’


[1] «Muoviti, mio cuore! / Sei in ritardo. / Vidi Sweeney sole grigio sulla strada di Anahorish, / il traduttore che è in me. / Io sono un fuoco, fiori di libro, / uno specchio sul pavimento».

lunedì 14 maggio 2012

Una sera a teatro, con amore


     Le maschere della compagnia itinerante sangimignanese Comici e co. (e con ‘maschere’ intendo proprio le maschere in cuoio, loro fisicamente insomma) decisero di punto in bianco, senza nemmeno consultare i propri attori, di allestire una rappresentazione al Metropolitan di New York.
     L’Arlecchino, leader indiscusso del gruppo, alzò la cornetta con la bocca dolorante, digitò (non domandate con cosa) il prefisso internazionale e il numero della segreteria del teatro newyorkese, e restò in attesa che qualcuno rispondesse dall’altro capo del mondo.
     «Pronto?», rispose una voce calda dal sesso imprecisato.
    La maschera fu assai turbata dal perfetto italiano dell’interlocutore, il quale pareva avesse indovinato magicamente e audacemente che la chiamata giungesse dall’Esperia. E, dopo qualche secondo di raggelato silenzio, la maschera in persona disse con voce autoritaria:
     «Sono l’Arlecchino, cioè la maschera fisica, non l’attore, l’Arlecchino della compagnia sangimignanese ‘Comici e co.’ Vorrei mettere in iscena uno spettacolo comico, assieme alle altre maschere, da voialtri newyorkesi. È possibile?»
     «Qui da noialtri tutto è possibile, – rispose con gioviale accondiscendenza la voce – certamente, quando volete, davvero, quando volete. Aspettavamo da molto tempo la vostra chiamata, e con quale desiderio! Sì, la chiamata di una maschera fisica, non d’un attore, diamine! Ci speravamo con vigore inusitato. E proprio mentre eravamo lì per dubitare, ecco che avete chiamato. Ma bravi!»
     «Onorato.», rispose con un filo di voce l’Arlecchino, sempre più esterrefatto per come prendesse piega la questione.
     «L’onore è il nostro, davvero, il nostro. Volete fissare subitamente e senza impegno le due date del vostro spettacolo, prego?», propose con dolcezza la voce calda.
     «Anche se voialtri non avete la più pallida idea del che noi si metta in iscena?», chiese, pieno di sospetto, l’Arlecchino.
     «Oh, ma noialtri ci fidiamo ciecamente, davvero, ciecamente.» La maschera rimase qualche attimo ad auscultare le proprie, legittime per la verità, preoccupazioni.
     Ciò di cui più si sentiva turbata era l’assoluta mancanza di chiarezza circa il sesso della voce, la quale si mostrava così bendisposta a scritturare una compagnia italiana senza richiederne le credenziali. Pur tuttavia non reputò conveniente far domande a riguardo.
     «Va bene il 7 marzo e il 12 agosto 1989?», chiese poi l’Arecchino, controllando rapidamente sull’agenda gli impegni della brigata.
     «Ma certamente, davvero. Avevamo in cartellone il Cyranò de Bergerac seguito a ruota da Hius clos, ma non fa nulla. Benché il tutto esaurito già da ora, li sposteremo di buona lena…»
       «In ambedue le date?»
     «Sì, il 17 marzo e il 21 agosto del 1989… compagnia Comédie-Française di Saint-Rémy-de-Provence… cancellato…»
     «Per la barba di Noè, straordinario!», esultò l’Arlecchino.
     «Cosa?»
     «Che ci scritturiate a danno della Comédie-Française.»
  «Comunque sia, non preoccupatevi: il teatro è il vostro.», precisò senza ombra d’indecisione la voce.
     «Sicuro?», chiese la maschera per gentilezza.
    «Sicurissimo, davvero, sicurissimo.» E sebbene la comunicazione fosse bella che finita, la telefonata durò altre due ore, nelle quali l’Arlecchino tentò invano di scoprire l’identità e il sesso di quella dolce e bonaria voce.
     Nemmeno gli passò per la testa il sospetto che, dall’altro capo della cornetta, ci potesse essere un’altra, burlona, maschera in cuoio. 

venerdì 20 aprile 2012

I quattro dell'Apocalisse

Due romanzieri russi, due poeti italiani: i quattro dell’Apocalisse. Due ribelli sgargianti, due compagnoni in toga: i quattro della mia vita. Ve l’immaginate ora, sir? Potete dismettere il chiodo fisso, del tutto vostro, delle chiare et fresche et dolci acque del Vermont e concentrarvi su di loro, machi e belloni, fustacci?
«Ditemi i loro nomi, per Giove.» Yes, sir. Essi sono, in ordine temporale: Virgilio, Dante, Dostoevskij, Bulgakov.
«Voglio sapere tutto. Andiamo a metterci comodi in una qualche locanda di San Gimignano, sbevazziamo e parliamo di letteratura: ne ho bisogno. Ho bisogno d’ascoltare cosa sia il perno della salvezza, e perché quei fustacci vi rimangano così inspiegabilmente a cuore. Un bel grappino al tritolo e tutto si risolve. Già sento i polmoni carichi e piromani. Andiamo in locanda, andiamo, razza di sciagurato.» No, sir.
«Perché no?» Nelle locande ci sono le locandiere. Le locandiere danno vino stagionato, pescato dalla feccia del loro barile. No, sir. Ho chiuso una volta per tutte con le locandiere. La locandiera della mia vita è impazzita d’un colpo. Si dà alla pazza gioia, fa sbornie, è un Erinni, un grifo malcielo. Ed è per questo che ora mi armo di penna che non è una penna, e di parole che non sono parole. No, sir. Non in una locanda. Ho patito troppo per le locandiere.
«Seguimi, mela marcia. Conosco locande sguarnite di locandiere…» E che dire quando uno è così accorto? Lo si segua col sole d’aprile che sfibra le grate col suo debol tepore. Sono baccelliere. Sir, ricordami così.
E poiché lo studio mi viene a noia, narro. Narro – a quanto pare – una losca Inchiesta e di certe coincidenze avvenute in settimana: gli scrittori morti si rincontrano. Maigret gli arresta, nell’ora in cui calano le maschere.
Ma non è settimana come le altre: c’è il santo di mezzo, e l’angelo.
«Che ruolo hanno i quattro dell’Apocalisse?» Spostano gli equilibri meridiani del mondo, poiché non vi è che un solo mondo: quello letterario. Gli altri sono scioccamente finti. Si vive solo nell’opera. Ed essi sono i testimoni dell’opera.
«L’opera di chi? Razza d’uomo teologico: sei peggio d’un rallo, d’una folaga. Parla di storia piuttosto.» La storia non esiste. Avete mai visto un ciliegio e un eucalipto presentarsi in veste storica? Sarebbe ridicolo, perché per loro non c’è il tempo dei capricci. Esiste la coscienza teologica e il suo martire, non la storia: mito d’Europa. E comunque finiamola con questo arrancare e ordiniamoci una torcibudella. Locanda assai fine, rossetta, glabra. Varia umanità ivi brulicava altezzosamente.
«Guarda là in fondo.» Lei. M’aveva ingannato il sir. M’ha portato proprio nel luogo in cui meno volevo stare: vicino a lei. Vicino a lei. Batto i denti per soffocare un rantolo d’emicrania. Fa per avvicinarsi in prospettiva dell’ordine. La fulmino: diva, ditirambo vivente, dispeptica! Guai a te se fai un altro passo! Conduco una vita speleologica a furia di inchiodarti, ma tu nulla. Sta d’accordo. Sta bene. Io sono un putridume, ovviamente: eppure ho dalla mia parte i quattro. Essi hanno una V, due D, una B per iniziali.
Che dico a fare? Sei illetterata: potrai mai intendermi? Per giunta, ora frequenti ometti che non ti offrono nessuno stimolo, nessuna pietanza tesa a satollare l’anima tua anoressica e strisciante.
 Mi dà nausea il tuo volto irrughito e butterato dal troppo punch e dall’erba. Ubriacona! Guarda come continuo, nello strapparmi i capelli, le pustole e il cuore, guarda come continuo a dar gioco alle apparenze. Sto qui, rimango, siedo, do retta a un sir provincialotto. Bevo anch’io – scrutatore, ma solo per vedere dove arriva la tua immondezza.
Sei sacra, sei strega. Sei lercia, incurvita: scipita. Provo una strana goduria nel vederti così infelicemente imbruttita dal caso e dagli atti. I tuoi bagordi esigono pure un prezzo. Lo sapevo io, sì lo sapevo fin da prima: sempre nelle locande ci sono locandiere!
«Ora basta. Hai detto abbastanza, rivendicando la tua personale rivolta col vessillo dei quattro. Andiamocene. Ma prima dimmi: sei sicuro di voler fare a meno dei suoi servigi, anche in un lontano futuro?» Yes, sir.

giovedì 5 aprile 2012

Io e zio Seamus, ovvero “il più grande poeta al mondo”

     
     Piazza Maggiore è ferita da un tenue scroscio di pioggia-lama. La taglio in due, seguendo l’indicazione del braccio sinistro d’un grosso crocifisso non intarsiato e color crema. Ecco – colgo lo svincolo madornale – ecco, una piccola piazzetta, un piccolo albergo, una minuscola entrata per un grande uomo. Che non sono io.
     “Ohibò, sono in anticipo di un quarto d’ora” mi dico, traballante. Panacea di tutte le puntualità è la sigaretta. La fumo con l’acqua alle tempie, il grigio sulle spalle. Ah, il catrame. Fatto questo (considerato che il vento chiede sempre due tiri), leggo l’ora e non sono passati più di sette minuti. Cammino su e giù. Grigio diventa azzurro, perdiana. No, e cammino ancora. Poi, mi faccio coraggio, entro, guardo la reception, getto in pasto al sorriso smagliante dell’uomo inamidato il ridicolo “dovrei incontrare il poeta Seamus Heaney”, mi risponde “il professore è in camera, si accomodi al primo piano” e, in un balzo, sono di sopra, la poltrona mi chiama, piantato, in tiepida attesa.
     La professoressa Morisco, mia correlatrice all’epoca della discussione, doveva far da interprete, perché, sapete, il sottoscritto ha avuto una storia difficile al liceo per quanto concerne le lingue straniere, storia complicata, dalle mille sfaccettature, mare torbidum, insomma… il sottoscritto non sa amabilmente una mazza d’inglese.
     Ma si ode scoccare l’ascensore e un omone canuto mi saluta, lieto: il Maestro è arrivato. Ora che dico? Siede al mio fianco, sul grosso divano marrone in mogano. Biascico qualcosa, porgendogli una poesia che avevo scritto su di lui e nella quale figurano tre o quattro versi in gaelico.
    “Very good, very good…”, pare davvero contento e legge ad alta voce, traducendo simultaneamente dal gaelico, lingua d’origine, all’inglese, lingua dei padroni. Intanto arriva la Morisco, rompe la lastra di ghiaccio infilzata nel mio cranio. Parliamo. Porgo domande su Virgilio, lui risponde affabile ma a fatica, perché l’ictus lo fa ancora tremare. Si parla di Dio, della trascendenza. Di quel lasciare-andare che affronta la morte ad occhi sinceri. Egli ne è certamente attratto, eppure anni di violenza e di guerra civile in Irlanda non possono non lasciare una macchia indelebile e una certa delicatezza (delicatezza verso quei morti da lui cantati in Station Island) nel professarsi dell’una o dell’altra fede.
     Questo pudore, questo tatto lo sprofonda in un sospiro. Lungo come la canna di una pistola puntata sul collo. Il dialogo a tre prosegue fino alla sua fine. È tempo di convenevoli. Gli ingiungo di firmare il libro del pungolo e della ferita metafisica, dico che nella nostra famiglia egli è molto popolare, simile ad una celebrata rock-star. Con firma tremante la mano più incisiva al mondo solca il frontespizio e il mio umore rinato. È come se fosse uno zio. Zio Seamus.
     E, in modo del tutto inaspettato e non-riflettuto, mi chiede una firma con dedica alla poesia dei tre o quattro versi gaelici. Paradossale, penso. Già l’onore di sedergli accanto ed essere nipote acquisito, ora faccio anche l’autografo al Premio Nobel dei miei desideri, il poeta della vanga e dello scavo, Virgilio dell’anima, maestro di vita, o semplicemente Maestro.
     Io, ventitreenne meridionale, conosciuto Heaney, salutato, baciato, visto il tremore di mani che entreranno nella storia, conversato, capito la sua poesia, le sue tribolazioni, la sua speranza che la parola del Vangelo dia l’ultima energia alla polvere della fonte inesausta, insomma io, davvero Felix (per usare un epiteto da imperatore romano), io cosa cerco ancora?
     Esco dall’albergo, giro l’angolo, aspetto. Panacea di tutte le attese è la sigaretta. Accesa, bagnata nella riga tra l’indice e il medio. Esce la combriccola, Heaney parla con la Morisco, la moglie Marie è a braccetto con un’altra donna dal portamento inglese. La pioggia mi ferisce gli occhi di commozione, mentre tagliano in due Piazza Maggiore, senza seguire nessun braccio del crocifisso, e spariscono nella bruma. Non pioggia normale, ma pioggia-lama. Che il cuore mi taglia, per sempre. 

giovedì 8 marzo 2012

Strambotti per donne

Dal libro dell’Apocalisse

Broom. S’ode un trombone nella notte d’Urbino.
Una lupara schioppata, un gufo intirizzito
O forse l’ignaro mollar di chi ti dorme vicino?
Atterrita mi chiedi “Orsù, cos’era il bramito?”
“Ti sbagli, Lutucarda. Dormi, ch’è tardi!
O davvero dal culo soneranno i petardi!”
“Non credermi folle, ho sentito – mi disse
La tromba dell’angelo dell’Apocalisse.”

Ritratto

Alta un metro e venti, pesi chili trenta;
Il naso tuberino, profumi di menta.
Cerbiatta d’occhioni, d’aspetto pur bella:
Un solo difetto: la parvula mammella.
A dirla proprio tutta, diletta mia maestra,
Potresti rassodare il podice in palestra.
Sicché direi a gran voce a tutti i miei compagni:
“E’ bassa, forse è vero: ma che solidi calcagni!”

Er fugone de la Sagra Famijja

A Sagra Famijja de Bbergman. Anvedi che fforza!
T’aridà ggioia e ddiletto, t’ariscarda
Er core de fede innoscente, Lutucarda.
Cuanno er cavajjere dar core de scorza
Far botto cco le ppedine, a Morte furistiera
Lo pijja per collo e schina, ssul far dde la sera.
A Famijja ‘nizia er fugone, se mette ‘n sarvo.
Nuantri seguiremo? Iddio me ffaccia carvo.


sabato 25 febbraio 2012

Madrigali Politici

Resistenza della poesia

Non credere al mio ‘vero’ poetico:
non rispecchia mai la cosa fatta
non sono un monaco medievale né un templare

il mio hic è sempre un ille che non verrà
vivo nell’assenza e nell’intemperanza
sento nel femmineo liberato e non adusato
                                                        calma polare

in questo credo, la légèreté de la Politique
in questo decisivo che chiamo ‘resistenza’

Sweeney re-redivivus

La mia è una poesia cum objecto. il dub-
bio vien pensando a cos’era la poesia
nulla a che vedere con questa stolta saccenza

eppure, l’oggetto c’è; un po’ vacillante
non sempre presente mezzo dormiente
ma che sa ancora rianimarsi dalla demenza

basta uno Sweeney o un pegno grigio-bianco
                                                        di cristallo
l’oggetto c’è. E credilo sei tu

Scanso degli equivoci

Il mio vessillo è vergine. Non sgarrai l’ad-
dio adolescenziale con lo stile di Guevara
né rasai il cranio per finire sui giornali
                                                 a Timbuctù

tuttora quel che dico è senza idioma e per dove
vada non svolto a destra men che meno a sinistra
ma seguo la sola retta che non è il centro – né giù

né su. E se uso il latino, non per questo il saluto
                                                         sarà romano
se il mio vessillo è vergine è perché imiti la Virgo

sabato 14 gennaio 2012

Via dei Morti - Canto unico

Colà dove non si puote ciò che si vuole,
  non desiai trasumanar da solo;
  di Giacomo Henio fui poetica prole.

Com’un augello ch’insegni il volo
  a lo suo nato, che di volar si dole,
  ei era scevro di veste di polo,

sì pur villica speme, coi capelli
  eburnei e di luppolo l’odor acre,
  nell’hibernio manto i dentelli.

Seguitavamo per l’altrui male,
  tanfi di scalogna e bruttarelli,
  scemi di Virgilio, dolcissimo patre.

Et ei, occhi di bragia, ebbe a dirmi:
  «Figliuol, quivi non ragionar d’amore,
  – cagion che fora di sé fece irmi,

ma mira come di disio si more.
  Non vuoi forse, canaglia, aitarmi?
  Il nïente ha leso anche ‘l core
 
et il dimonio ha perduto la spada:
  contate son le sue fetide ore.
  Iddio non vuol che tu a lo regno vada.

Vinca tua guardia ‘l mio cammino:
  i’ per te non son guida, ma piaga;
  codesto è l’oscuro mio destino,

codesta la nostra mala desianza».
  D’appresso bevve gocciol di vino
  a suggello dell’infera sbronza.

E chiesi allor a lo duca mio,
  tristo e con sciocca petulanza:
  «Maestro, l’inferno è loco rio,

tu se’ ombra vana e pur schivo.
  Che i’ sia l’ultim’ omo pio,
  se anco in ciel v’è goder lascivo?».

Et ei guardommi, sospirò e disse:
  «Non è pio chi par malvivo.
  Omero non fui, né tu Ulisse,

ma è tempo degli dèi bugiardi,
  veri per chi di codesti visse
  pria di dar fama agli infingardi.

I’ conforto non darò, né sostegno
  a l’inceder dei tuoi passi tardi:
  lo volto tuo mi venne a disdegno».

Allor mi volsi lasso ove ‘l foco
  s’annidava; non vidi arso legno
  e non vidi gente in broda e roca,

e non vidi com’allor fu l’inferno,
  sì fiacchezza ambo gl’irti loci.
  Gelo non spirò da l’uscio del verno,

nianche la Giudecca se stessa parea,
  e Minos sanza cinghia né Averno,
  e Francesca non danzò ne la bufera.

Poscia, col cor compunto, cominciai:
  «Segnor, perché mai debbo rimaner
  tra sterpi sanza speme, privi di rai?

I’ vorrei tornare donde son venuto,
  e non star di presso ‘l fiacco viavai
  a rimirar l’agro volto di niuno.

Almeno parla, te ne priego, di poesia:
  consolami col tuo parlar nudo,
  men dura e torta sarà la via,

men acre sarà ‘l grigio festino».
  Et ei languì di iusta malinconia
  rimirando i cenni de lo destino.

Si fermò di gitto ‘l mio dottore
  e guardò dolente com’un fantolino
  la matre scorge, se colto in errore.

Crollò la fronte la fidata scorta:
  «Ingenuo figlio, – disse di core,
  ascolta ‘l verbo: la poesia è morta.

Ahi quanto piansi, quanto fui sanza pace:
  il giorno mi gittò fra l’ombra corta,
  ove ‘l rosso sol spento sì tace.

Da quand’ella è svanita colle Muse,
  vuotato s’è l’inferno e la sua brace
  e del celeste regno le porte chiuse.

A te convien tenere altro viaggio
  fuor da le speranze illuse
  che non confanno a l’omo saggio,

in pozze d’acqua perigliosa e guata,
  ceder a lo sospeso eremitaggio,
  ingannare forte nostra sventurata

semenza, finché a l’ornamento
  de la spenta nostra traversata
  sia dimentico ‘l tuo duro stampo».

A seguir cotante parole ebbre,
  che risonaron a mo’ di lampo,
  s’appressarono livide tenebre

su la piaggia e su tutta la Caina:
  Acheronte infernal parve l’Ebro,
  lo spirto conducea ad una ruina.

Nulla si vedea di ciò che fusse savio,
  che non oltraggiasse virtù divina.
  E s’incupì ‘l viso di Giacom Henio:

corregli su la fronte bestial brama
  simil a lo verde furor padanio.
  Ma a codesti toccherà la lama.

Pria di svoltar per nere contrade
  onde s’attrista sì che ‘l contrario ama,
  i’ non caddi come corpo morto cade.

Per molte fiate girammo a talento
  vieppiù a tinte fosche e rade:
  e la terra non s’aprì, né diede vento.

A lo duca dal pelo imbiancato
  allor dissi: «Non reggo ‘l tormento;
  meo dottore, cosa t’ha cangiato?

Tu che poeta fosti de lo Fattore,
  de la Riparazione hai motteggiato,
  meo conforto, rara gemma e cantore,
 
cos’ha tradito ‘l tuo disegno?».
  Com’un ape che sdegna ‘l suo fiore,
  ei disse: «Or vedi, figlio, il segno:

tu sei che hai scelto via fetida
  e dell’Amor negato ‘l pegno
  per seguitar di codesta epoca

la nova demenza. E noi parliamo,
  fora di lingua novella, lepida
  e salda, in motto d’antico toscano

poiché ‘l tuo scarso poetar empio,
  non sia ad altra volgar calca vano.
  Ma su siffatto letterario scempio

s’addensa greve una nube di terra,
  convienti sigillar tuo tempo
  e lo silenzio – il labbro serra!

Perduta è per vostra dolorosa prole
  la lingua che v’allevò materna
  – vuotato a la veccia è l’ampio otre,

e ‘l suo fabbro, sicché non ti crucciare:
  vuolsi così colà dove si puote
  omai nulla, e più non dimandare».


venerdì 6 gennaio 2012

Cioran (parte I)


Biche-madrigaux – Cioran
 
Écartèlement

Conservo la mia Lucidità delle cose.
E cosa vedo? Nulla di qua, nulla di là.
Nulla di su e di giù. Nulla a destra.

Nulla a sinistra. Nulla che spacca i poli.
Nulla che stritola l’argine. Nulla al centro
E al bordo. Nulla sulla strada maestra.

E cosa faccio? Sgrano fermo il reale
Che non sei o sarai.
                                  Per quel che vale.


La Tentation d’exister
  
A bocconi, a gattoni, a piene mani, a tentoni.
Nell’ordinario mi muovo, e sono.
Epicratico, variopinto; ma sempre

Dinoccolato nel gesto e vivo per i vivi,
se si tratta di dar conto al viale
unto dalla sferza del tuo Novembre.

Scivolo all’indietro, sbatto il tronco.
E la vita che ti sonda al mio tonfo.

martedì 27 dicembre 2011

Via Veterani

La Poesia

Nella via dove non picchia il sole,
e i piani inferiori appiccano luci
al primo albeggiare, un tempo v’era
                                         splendore.
Scrosciavano le visite dei poetanti.

A seguito d’ombre e ippocastani
un pazzo scatarrava fino a spengersi:
‘Non esiste più la Moralità.’
Dall’inferriate di quella strada senza
                                             fiamma.

Ora il palazzo è una tomba. E da vaghe
fessure non passa che la banderuola
d’un lanciere. Su ogni cosa fa buio.

E non c’è più morale! Nemmeno una vestigia
di quanto stenti la poesia,
da quando è morto pure Oliva.

Volponi

Quando un pullman con griglia
e cofano bluastri, mi traghetta
a Roma, varco monti incatenati
nei fondi tra la martora e la folaga.

‘Sei alle porte dell’Appennino,
il marchio tatuato su ogni fiore.
Da lì passerai per mezzo d’un siero
di fata, al governo stentato e antico

alla politica pragmatica dell’Impero.’
Il trabiccolo sbanda. La visione sfuma
sul terrapieno, la strada zigzagante
                                         e spoglia

s’indora di contingenze poetiche.
Poi dice: ‘Impara a guardare la luce.
Dal passo di chi tace si conosce
                                   la veglia.’

sabato 24 dicembre 2011

Leçon de géographie

Fuggivamo per la via Flaminia,
nel buio accecante della sera
che non dava barlumi.
Maestro, non sappiamo dove vai.
E i disturbi del divino
rimettevano al mondo,
fino ad estinguersi
alla Bocca Trabaria,
lingua forcuta e rubor.

Come possiamo conoscere la via?
Una musica giunta ad ombra
di sentiero riavvolse il timpano.
Io sono la via.
La strada era indorata,
color avena.
La verità, la vita.

La stagione in attesa
donerà un accenno d’esistenza illesa.

venerdì 18 novembre 2011

Keepsake

Preludio

Alësa Karamàzov
                 torna al monastero
tra le forre ghiacciate della sera.
Vigila Dmitrij oltre la siepe della izbà;
attende che il vecchio canti

un notturno per Grùsen’ka.
Ivàn è nella tormenta,
                                      incuneato
di rivelazione: al processo
orzo non sarà, ma dannazione.

Myškin incipriato fino al collo
sbuccia la foto di
                                Aglaja Ivanovna:
il samovar si gela e si piega.

E Raskol’
                      si trastulla
nel suo chiassoso, criminale delirio.
Di Goljad’kin si sa poco o nulla.

Composizione

Una sciantosa fa la corte a Stavrogin
dai capelli corvini; s’apre l’impiantito
all’incedere di Pëtr Stepanovic.
Vedrà se stesso in
                                  Trifomovic?

Kirillov traffica colpi di rivoltella:
s’alza Scigaliov per parlare.
Sâtov – questa è bella – cede a Dio
e non agli
                    indemoniati.

Ma squilla la sveglia tremenda,
Grusen’ka sa di non andare
da nessuno dei due: e ride a
                                              crepapelle,

benché il vecchio vegli.
Pullula il tribunale di riottosi muzikì,
che s’azzuffano per un
                                        copeco.

Fine

Katerìna, anima russa, rizza in arcioni.
Una presenza bussa alla porta

di Fëdor Pavlovic,
affettato di paura.

Smerdjiakòv muore per un rublo blu:
guarda indietro, e non torna più.