Ritiro
C’è una donna nel mondo che invano tu cerchi
tra le scarmigliate fate – vengono a sera, dal mare
pedalando.
Lei è bruna del sorgo che brucia i pendii. Colline sole
i suoi lineamenti, terra rivolta la chioma, ha nel gesto
la viva canicola.
Fresca lanterna, negli occhi sprofondano innati i segreti
delle notti d’agosto. Tronchi abbandoni ed echi di liuto
ne coronano l’ombra.
Beve d’un fiato, e t’insegna l’arsura, ma tu già rincorri
le scarmigliate fate – vengono a sera, dal mare
pedalando.
Appunti d’estate
‹‹Ora hai tempo per scrivere››, dicono gli amici
tra il lezzo della foce e discorsi senza passione,
mentre riverberi di fuochi artificiali sono corpi
di annegati sul Foglia.
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Dove – se nelle città l’incanto zoppica
tra i volti uguali di donnette scosciate
se la folla, sazia, è un vuoto più grave
di questi muri che strozzano il canto
dove trovarti?
Igiene personale
Scrivere la disperazione è un raro martirio. Non tutti
si gloriano della ferocia, pur lucida, di un Pagnanelli
o di un Pavese.
Mentre saluto altre chiome di fiaba, altre paia di spalle
e sguardi d’estate sepolti vivi nelle riviere
– tutto è reale.
D’un balzo la poesia, come tigre
sbrana il domatore.
De inanitate
Fiaccole immobili agitano ombre
sui volti intermittenti degli uomini.
Che la poesia fosse inutile –
lo credevo, e in questo assurdo s’erge
il mio folle eroismo. Ma ancora adesso
sono vivo.
Qualcosa dev’esserci pur stato
tra le sempiterne cadute.
(un flusso che spazza le foglie
e muove i calzari)
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