martedì 12 aprile 2011

Letteratura in provetta

«Accogliamo con un caloroso applauso, gentili signori e gentilissime signore, il luminare professor Ulrich-Karl von van vin Wilamov-Lach-Spit-West-Moellendorff!», dichiarò l’autorevole Rettore dell’autorevole Università, presentando l’autorevole ospite dell’autorevole serata.
«Egli ci dirà la verità su tutto. Ora vi leggerò una breve sintesi del suo sterminato curriculum vitae. Ulrich fu un feto precoce. Già nella pancia della mamma scalciava in battere e in levare. A soli tre mesi conosceva a menadito le varianti metriche dei vagiti eolici. A due anni e mezzo riusciva a distinguere il lesbico dalle lesbiche, cosa che gli procurò non pochi traumi infantili. Alle medie mandava a quel paese gli amichetti prepotenti in dialetto dorico. Al liceo insegnava il latino al suo professore e lo bacchettava pure se sbagliava la lettura dei carmi di Tibullo. Laureatosi con centodieci su cento con dichiarazione di tripudium et gaudium, bacio accademico e pomiciata erudita, grazie ad una tesi dal titolo ‘Hapax legomenon nei peli pubici del podice di Nonno di Panopoli a fronte del tessuto pelvico di Ibico preconizzato in Corinna, Isso Melisso e in Oppiano di Anazarbo’, si autoproclamò Dottore in Filologia Classica perché nessuno osava sorbirsi quel malloppo di millequattrocentotre pagine. Dopo innumerevoli pubblicazioni sull’uso dell’accento circonflesso in Acacio da Cesarea e in Egesippo di Maciberna, sull’abuso della x in Dexicrate, Publio Xerennio Dexippo, Praxilla, Xanto Lidio e Xuto, sulle pratiche sadomaso di Teopompo di Colofone coadiuvato da Pompeo Macro e Massimo in Tiro, si chiuse quarant’anni in casa per studiare la presenza dell’elementum longum nella sizigia epirrematica dell’unico docmiaco puro in Eupoli anch’esso di Panopoli. Ma il suo capolavoro scientifico fu la dimostrazione che Euticlo Proclo, Pisandro di Laranda, Erea di Megarea e Flegone di Tralle non erano scioglilingua tardobizantini, ma personaggi storici eminenti. Nel solo anno corrente gli sono state conferite ben ottantaquattro lauree ad honorem: e siamo ancora ad aprile. Per cui, luminare, ci dica qualcosa della sua scienza! Ci illumini!».
«Non so, mi dia un tema, – rispose lo scienziato – so talmente tante cose che non riuscirei a decidere così, su due piedi catalettici!».
«Ci parli del nichilismo, ad esempio…», suggerì il Rettore.
«Ah, sì. E’ un errore di scrittura del latino medievale. I monaci leggevano nichil al posto di nihil. Pertanto si dovrebbe pronunziare nihilismo».
«Ebbene, questo è tutto quello che sa dire su di un tema così scottante?».
«E’ una domanda troppo generica, mi occorre qualcosa di più specialistico, ch’io possa analizzare e sezionare come un corpo».
«Allora ci dica, secondo lei, cos’è il Nulla? Perché dilania tanto l’animo umano?».
«Non saprei. Non mi sono mai posto la domanda».
«Come sarebbe a dire ‘non si è mai posto la domanda’? – chiese il Rettore esterrefatto – Il Nulla è il primo problema d’ogni uomo dagli Egizi fino ad oggi!».
«Di che nulla parla? Del nulla scientifico, la cosiddetta antimateria, o dell’astrazione neoromantica?».
«Ma quale astrazione neoromantica, – gridò un tale dal pubblico – il Rettore si riferisce a quel sentimento d’assurdo che coglie il cuore umano quando è inebriato dal non-senso!».
«Non lo conosco». Al che si levarono grida di stupore nell’Aula Magna.
«Ci parli allora di Dio…», asserì l’imbarazzato Rettore.
«La i di Dio è breve. Poiché ciò va contro le norme meccaniche della correptio iambica, Egli non esiste!».
«Ergo, il problema di Dio è in realtà un problema linguistico-prosodico?».
«Certamente!».
«Sicché, quando a sera io guardo le luci del paesaggio che si confondono negli alberi secolari e nel cielo e odo il vento vibrare la sua musica fin dentro l’anima, non è quel Dio nascosto che si manifesta e che mi lascia un graffio di dolcezza amara?».
«No, si sbaglia. Il suo ragionamento non è per nulla scientifico!».
La platea cominciò ad agitarsi seriamente. Uomini e donne, anche tra i più umili e illetterati, bramavano di conoscere la verità. Finché un uomo sui quaranta, con un cappellaccio logoro, s’alzò in piedi e disse con esasperato vigore:
«La poesia ci salverà, potrà mai salvarci senza un Dio che ci guida?».
«Dipende se è scritta in giambi efimnici od in tetrametri trocaici a minore con rinterzo anapestico ad effetto!», rispose il dotto scandendo ogni singola lettera.
«Le ho chiesto se ci salverà…», rimbeccò amaro l’uomo col cappellaccio.
«Cosa vuole che ne sappia io? – s’inquietò il luminare – Ho passato la vita a contare le sillabe, come avrei potuto occuparmi di queste cose?». Ma gli spettanti cominciarono, facendola in barba ad ogni etica accademica, a gridare con insistenza ‘Vogliamo la verità!’, senza che il Rettore avesse il polso per calmare le acque. Poi, il luminare s’alzo di scatto, raggelando la sala.
«Dopo anni di studio posso dirvi la verità. Ci sono sillabe brevi e sillabe lunghe, ma l’eccezioni sono molte, sicché è difficile poter stabilire qualcosa… Pur tuttavia io ho badato ad arrivare dove la scienza mi ha condotto…». Il Rettore invitò rapidamente il pubblico ad uscire, giacché lo spettacolo della verità era bell’e concluso. E la calca se la squagliò senza fare il benché minimo rumore, crucciata com’era. Soltanto una giovane ragazza bisbigliò qualcosa al suo fidanzato:
«E noi che credevamo ci parlasse di Omero e Virgilio…».

Nessun commento:

Posta un commento